Italia: la Comunicazione di crisi è in crisi

Una doverosa premessa: non è intenzione di chi scrive avanzare giudizi o commenti in merito agli avvenimenti che di questi tempi popolano le prime pagine dei quotidiani ed infiammano i salotti buoni dei format televisivi di settore, ma solamente tentare un’analisi tecnica della attuale situazione della comunicazione (della comunicazione politica di crisi, in questo caso specifico) nel nostro paese, alla luce di quelle “regole” e di quelle “pratiche” che gli “addetti ai lavori” hanno studiato, sperimentato e raccolto in una sorta di deontologia professionale.

L’Italia sta vivendo un periodo di profonda crisi. Su diversi fronti. E’ innegabile. Concentrando l’attenzione sul versante politico, la crisi  sembra molto grave. E la sua gestione inefficace.

Il  modus operandi del governo nostrano nel comunicare la crisi odierna è molto particolare e personale, o per meglio dire “personalizzato”. Il caso italiano è difatti sui generis, in quanto la coalizione politica che governa è generalmente identificata con una singola persona, il premier, ovvero il detentore del potere telecratico: “Colui che appare”.

In una siffatta situazione, quando sopraggiunge un evento potenzialmente critico per lo status quo, qualunque natura esso abbia , il premier dovrebbe tenere ancora più salde le redini del paese che governa e dovrebbe affrontare la minaccia, gestirla e farla rientrare nella maniera più indolore possibile.

In questo delicato frangente, e non solo, dovrebbe comunque essere coadiuvato da un valido staff di professionisti del settore, abili ed avvezzi conoscitori di quelle “regole “ e “pratiche” delle quali si è fatto cenno poco sopra.

Il governo, ovvero il premier,  si avvalerà senza ombra di dubbio di collaboratori nell’ambito comunicazione, anche se la realtà quotidiana non lo testimonia: senza nulla togliere, molte e diverse figure professionali ed istituzionali sono spesso e volentieri impiegate dal governo come interfaccia comunicativa verso l’esterno. In linea teorica, non è idoneo il modo. In termini pratici e di risultati, non è idonea neanche la forma.

L’esperienza storica ci conferma quanto sia difficile mettere in pratica la teoria: parlare di “crisi”, termine comprensivo un qualsivoglia accadimento improvviso che, se non affrontato tempestivamente secondo accorgimenti precisi, può avere effetti negativi devastanti, e trovarsi a doverne fronteggiare realmente una è estremamente differente.

Il confronto tra i principali dettami teorici e l’effettiva e corretta messa in pratica – o meno – di questi ultimi da parte del nostro governo ci aiuterà a misurare la profondità della crisi in atto.

Innanzitutto, partiamo definendo l’oggetto dell’analisi: la crisi.

Secondo Emanuele Invernizzi, Continua a leggere

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La crisi è un’opportunità di NON comunicazione

Leggo l’ultimo post di Edelman Italia riguardo una tavola rotonda svoltasi pochi giorni fa a titolo “Quando la crisi diventa una opportunità” e quoto:

[…] Uno dei punti sicuramente rilevanti è stato che tutti gli attori, avvocati in primis, hanno concordato sul ruolo indispensabile della comunicazione in un processo critico come la riorganizzazione aziendale.

D’accordo con Veneziani sul “ruolo indispensabile della comunicazione in un processo critico come la riorganizzazione aziendale” ma in disaccordo sul problema focale della cultura quale ostacolo da superare per poter attuare quanto viene sempre predicato.

Provando sulla mia pelle da dipendente una riorganizzazione aziendale ho potuto osservare in prima linea il comportamento attuato dalla Governance e la comunicazione (pur esistendo un ufficio preposto) fino ad ora non è mai stata prevista.

“c’è un grosso problema di comunicazione!” si sente urlare ogni volta alle riunioni sindacali … la cosa è palpabile dall’addetto reception al team leader. Mi piacerebbe capire se questa attività è prevista solo alcuni dei pubblici o se deve essere estesa a tutti gli elementi del sistema (lo studio nelle prossime settimane mi darà maggior luce).

In “Pretty woman” Edward Lewis come attività acquista aziende in difficoltà per poi smembrarle e rivenderle.
Più e più volte mi sono rivisto come parte di quell’azienda in difficoltà e mi sono sempre domandato (negli ultimi due anni) come si potesse comunicare un’intenzione simile a pubblici, quali per esempio i dipendenti.
Non si può.
Si scatenerebbe il caos!
A mio avviso addirittura non si tratta solo di impossibilità ma di utilizzo sapiente del silenzio.

Da quel che vedo personalmente (anche tra famigliari e amici) la crisi è un’opportunità e una giustificazione per utilizzare il silenzio e non per comunicare (al massimo per usare indisturbati lo strumento della cassa integrazione).

Quale futuro per la comunicazione in Italia?

world

L’altro giorno con un amico comunicatore tra auguri e festeggiamenti si è finiti a parlare di nucleare e di un argomento sulla bocca di tutti: il problema energetico in Italia. Astraendoci dalla questione in se dell’utilità o meno dell’energia nucleare siamo arrivati a parlare della comunicazione in Italia e Continua a leggere