Le relazioni pubbliche a Hong Kong: tra passato e futuro

Le relazioni pubbliche a Hong Kong: tra passato e futuroDi Tiziana Cavallo

Si pensa a Hong Kong come la patria del futuro, o meglio come la fucina delle sperimentazioni in ambito di business.

Business inteso sia come alta finanza sia come imprenditoria, soprattutto di lusso, ma non solo. E soprattutto marketing in cui le 4P restano la Bibbia.

E se Hong Kong viene considerata da molti la New York d’ Oriente, o meglio La Grande Mela Gialla, viene facile pensare che la sperimentazione, l’ innovazione siano all’ ordine del giorno. Questa riflessione potrebbe essere interessante e veritiera se applicata al mondo della tecnologia ma se la si declina con nuove soluzioni di comunicazione e relazioni pubbliche si resta alquanto sorpresi.

In una breve – e forse superficiale analisi – del mondo delle RP a Hong Kong si nota che l’ approccio più diffuso resta quello tradizionale con, al primo posto, la funzione di media relations. Una bella intervista o un articolo sui giornali locali – che sono prevalentemente in lingua cantonese con una piccola percentuale di lingua inglese – restano l’output più ambito sia per i clienti sia per agenzie di RP.

Come afferma Ruth Streder di Lewis PR “a Hong Kong basta una intervista  su Apple Daily per ottenere il risultato efficace di 30 testate, tuttavia qualsiasi campagna di comunicazione e PR deve avere interesse fortemente locale per avere successo”.

Hong Kong non è del tutto la Cina – è, infatti, una regione amministrativamente autonoma quindi relativamente indipendente dalla madre patria – e, quindi, Facebook e Twitter, solo per citare alcuni dei più popolari social network occidentali, sono strumenti molto diffusi per strategie digital. Tuttavia, le aziende locali li usano ancora ad una percentuale non incisiva preferendo attività classiche come eventi, pubblicazioni promozionali, adv online e offline. Patria del volantinaggio e del OOH – out-of-home -, Hong Kong riversa le sue principali risorse comunicazionali sulle strade grazie ad affissioni aggressive su grattacieli e metropolitane e una vera e propria flyer-mania.

A livello di formazione universitaria, molto si punta sui media quindi sul giornalismo e sul video making e sul marketing puro proprio. Un ottimo corso di relazioni pubbliche e comunicazione organizzativa si tiene alla Baptist University dove insegnano alcuni giovani professori emergenti nel campo di ricerca delle RP (come Flora Hung e Regina Chen allieve di Grunig);  perché la comunicazione a Hong Kong e anche in Cina è business oriented e poiché il pubblico – comunità o stakeholder come si voglia definirlo – è considerato come una entità con alto potenziale – e volontà soprattutto – di acquisto e poco interesse all’engagement non finalizzato all’acquisto. Poca CSR, inoltre, e poca comunicazione sociale.

Le relazioni pubbliche, anche osservando il mercato del lavoro e delle relative offerte, sono ancora considerate alla stregua della funzione di marketing e in alcuni casi viene premiata la capacità di studenti e giovani professionisti delle RP sono se in grado di attirare nuovi business. Il Council of PR firms a Hong Kong – una delle varie associazioni di categoria – ha, infatti, lanciato recentemente un premio/concorso il cui claim è “Do you have the communication skills to attract new business to Hong Kong?”.

Questa è Hong Kong, bellezza. Avrebbe detto qualcuno di famoso.

Ferpi Giovani-Unimonitor Sapienza: al via un’indagine per fotografare la professione

Quante opportunità ho di riuscire a realizzarmi professionalmente nel campo in cui ho studiato? Questo è uno dei quesiti forse più comuni ed altrettanto incerti che migliaia di giovani italiani e non solo si pongono al termine del loro percorso di studi.

Ferpi Giovani e Unimonitor Sapienza stanno realizzando un’indagine allo scopo di fotografare e comprendere preoccupazioni, incertezze, difficoltà, che giovani laureandi o specializzandi in scienze della comunicazione, o studenti frequentanti un master in comunicazione, si trovano a dover affrontare pensando alla loro professione. Spesso capita che l’offerta non coincida con la domanda, che vi sia da parte dei giovani una scarsa propensione alla sfida, all’idea di svolgere la propria professione lontano dal proprio Paese di origine; che le imprese non investano abbastanza nella formazione e nella crescita dei giovani che collaborano con loro; che le università, anche a causa delle sempre più stringenti riduzioni di budget, non siano in grado di costruire dei ponti di collegamento e di relazione tra gli studenti e il mondo del lavoro. 

Servono spazi e opportunità per mostrarsi e confermarsi all’altezza delle aspettative: oggi questo è un elemento che, soprattutto in Italia, manca. Ai giovani si chiede di investire sul loro futuro, alle imprese si chiede di formare i propri giovani, di investire su di loro, alle Istituzioni si chiede di adottare politiche in grado di far ripartire l’occupazione, di evitare che le migliori eccellenze lascino il nostro Paese. Ad Associazioni come Ferpi e all’Osservatorio Unimonitor si chiede di provare a diventare interlocutori privilegiati, in grado di creare una relazione ed un dialogo tra tutti i soggetti sopra indicati. Questo è il nostro obiettivo! 

Partendo da queste brevi considerazioni, la ricerca Ferpi-Unimonitor Sapienza, ha lo scopo di mettere in luce i problemi e le difficoltà che i futuri professionisti della comunicazione incontrano nel relazionarsi con il mondo del lavoro. Meritocrazia, Passione, Tempestività, Intraprendenza, Creatività, Flessibilità, Dinamismo, sono i requisiti essenziali per poter oggi essere competitivi e soddisfare le richieste del world job market. 

Rispondendo al questionario entro il 31 luglio 2012 potrai fornire un contributo importante alla conoscenza degli aspetti strutturali e delle sfide principali che caratterizzano il mondo delle professioni della comunicazione. L’intervista non porterà via molto tempo e i dati saranno trattati in forma anonima e aggregata. 

 

Per ulteriori informazioni sull’indagine puoi rivolgerti a uno dei responsabili:
Dott. Daniele Salvaggio, Delegato Ferpi Giovani, daniele.salvaggio@fimi.it
Prof.ssa Barbara Mazza, Unimonitor Sapienza, http://www.info@unimonitor.it

Uniferpi in viaggio verso.. Grumello!

Cari amici di Uniferpi finalmente, grazie alla collaborazione di Ferpi e Ferpi Giovani, siamo riusciti ad organizzare un vero e proprio momento di ritrovo e condivisione tutto per noi. Ci si parla sempre poco, si tende a ragionare solo per obiettivi, perdendo spesso di vista il cuore delle attività, che sono le persone e il loro collaborare in gruppo, per imparare, per acquisire esperienza, osservando, ascoltando, mettendosi in gioco. Da qui nasce l’idea di provare a sperimentare una due giorni di incontro e di gioco tra tutti noi per conoscerci di più, capire le nostre difficoltà, le nostre aspirazioni, gli obiettivi che vogliamo raggiungere e soprattutto come relazionarci all’interno di un’Associazione, Ferpi, complessa e ricca di sfumature relazionali.  

Il 28 e 29 luglio ci incontreremo al Castello di Grumello, una dimora familiare tra le colline di Bergamo e il lago d’Iseo.

L’idea è quella di costruire una due giorni in cui ci sia possibilità di chiacchierare tra di noi, stare insieme, giocare, e allo stesso tempo organizzare un momento di formazione in cui andremo concretamente a costruire e realizzare un’idea per poi confrontarci, anche con l’intervento di colleghi Ferpi senior da noi invitati, sui risultati ottenuti. Nulla di eccessivamente invasivo, nè troppo impegnativo, un semplice modo per stare bene insieme ed iniziare a considerarci un gruppo. In questa esperienza saremo seguiti da due formatori Emanuele Kettlitz e Matteo Rosa e accompagnati da Daniele Salvaggio e Fabio Ventoruzzo.

Sarà una bella esperienza ma i dettagli ve li sveleremo tutti in loco!
Non mancate! Vi aspettiamo tutti!

Costi di partecipazione: 80 euro (viaggio escluso)
Per ulteriori informazioni e conferme di partecipazione -entro e non oltre mercoledì 18 luglio 2012- scrivete a
Daniele Salvaggio _ daniele.salvaggio@fimi.it
Giovanna Fabiano _ fabiano_giovanna@yahoo.it

Ufficio stampa low-cost: le vocali sono gratis

Conca Delachi, agenzia di relazioni pubbliche e comunicazione integrata, arruola un’agenzia creativa, Le Balene, per realizzare la prima campagna advertising non soltanto autoreferenziale, ma a sostegno di un tema comune alla industry della comunicazione.

Pianificata dal 3 al 5 luglio, sulle pagine nazionali dei quotidiani Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, nonché AdV Express, la campagna nasce dalla “rabbia e l’orgoglio” di Federica Delachi e Paolo Conca rispetto al momento storico e ai comportamenti che lo caratterizzano.

“La rabbia di un comune sentirsi ‘messi nell’angolo’, come persone innanzitutto e come comunicatori dichiarano all’unisono Federica Delachi e Paolo Conca – augurandoci che quest’iniziativa solleciti l’emersione di una maggiore consapevolezza non soltanto sul tema del prezzo, ma soprattutto su quello dei comportamenti, fra domanda e offerta di comunicazione “.

E abbiamo scelto di esprimerci con Le Balene, perché fin dai tempi della comune condivisione di un importante cliente, l’agenzia ci ha sempre conquistato per coraggio e creatività, rivelandosi l’interprete adeguata ai nostri sentimenti di oggi:  trasferendo – come soltanto l’immediatezza dell’adv è capace di fare – le nostre idee in un soggetto creativo ironico e sorridente, coerente con il nostro stile di comunicazione”.

La campagna, con la creatività di Sandro Baldoni (copy) e Lele Panzeri (art), che potrebbe svilupparsi su altri soggetti e iniziative nell’immediato futuro, punta a scuotere il mercato della comunicazione dal generico torpore dell’apatia, e dalla “trappola” della svalorizzazione complessiva, causa crisi economica: magari accendendo un dibattito, una reazione, o meglio uno scatto d’orgoglio in un momento altrimenti solo depressivo.

Non intendiamo prendercela solo con le tematiche economiche – puntualizzano Conca e Delachi – perché il prezzo (small, medium o large) è solo una sanissima risultante delle regole del mercato. La rabbia e l’orgoglio nascono da richieste e progetti a cui non viene data risposta, da gare impossibili per parametri differenti dalla qualità del progetto, dalla sfiducia che spesso sembra contraddistinguere le relazioni professionali”.

“Quello di Conca Delachi è un allarme per tutto l’ambiente – dichiarano i partner di Le Balene: Marco Andolfato, Sandro Baldoni e Lele Panzeri – e abbiamo accettato di partecipare attivamente all’iniziativa proprio  perché ne condividiamo appieno i significati e le motivazioni alla base”.

Non resta che dire che se le vocali sono gratis, le consonanti invece è bello che abbiano un valore adeguato.

Salone “Dal Dire al Fare”: l’esperienza Uniferpi

Nell’ambito di Dal Dire al Fare – Il Salone della Responsabilità Sociale, il team Uniferpi Milano ha partecipato, giovedì 31 maggio alle ore 15.00 all’Università Bocconi (via Roentgen, 1), all’iniziativa “i giovani incontrano le imprese”. Una grande opportunità per chi è desideroso di entrare in contatto diretto con le imprese attente e socialmente responsabili.

Tra un ricco bouquet d’aziende sponsor, Uniferpi ha collaborato con Milano-Serravalle. Un piano di comunicazione on-line era l’oggetto del brief su cui ci siamo trovati a lavorare. Dopo un’analisi approfondita delle principali caratteristiche dell’azienda in questione sono state individuate le aree d’intervento: l’idea è stata quella di accentuare la leva della comunicazione per rendere l’azienda sempre più trasparente nei confronti dei suoi pubblici, oltre che per gestire in maniera più controllata e consapevole le comunità spontanee che si radunano online al fine di scambiarsi pareri ed opinioni. Un aspetto da non dimenticare è stata la proposta di aprire la vision aziendale alla nuova frontiera dei social network; creare un rapporto sempre più diretto con i consumatori e comunicare la propria innovazione sono degli elementi chiave per Milano – Serravalle.

In un ambiente ricco di spunti di riflessione e di freschezza di idee e creatività, abbiamo assistito alla consulenza che altri gruppi di studenti hanno fornito alle altre quattro aziende iscritte a Spazio Giovani. Un’esperienza formativa sotto ogni aspetto. Un ambiente in fermento e in costante sviluppo. Tanti ragazzi giovani ricchi di iniziativa e pronti a mettersi in gioco: questi sono stati i pezzi di un puzzle che ogni anno si completa sempre di più, coinvolgendo ragazzi, manager, studenti, aziende, e pubblici interessati in un’iniziativa che, anche quest’anno, non ha mancato nel dimostrare la sua utilità.

Complimenti a tutti gli sponsor, a tutti gli organizzatori, ma soprattutto a tutti quei ragazzi che hanno voglia di provarci sempre: Grazie Uniferpi!

E adesso… avanti tutta con le prossime iniziative!

Silvia Pellegrinato
Uniferpi Milano

Uniferpi Padova: Apericena con Fabio Ventoruzzo

Ai blocchi di partenza, gli uniferpers patavini hanno aperto mercoledì 22 febbraio la stagione 2012 degli aperitivi con il professionista. Studenti soci UniFERPI alla scoperta della professione hanno dato vita a una nuova forma di evento: l’Apericena!
Questo nuovo tipo d’incontro, informale e conviviale, contribuisce ad avvicinare i membri di Uniferpi al mondo della professione, ricco di esperienze, successi e conquiste, ma anche di numerosi percorsi in salita.
Ad aprire il ciclo di incontri Fabio Ventoruzzo, Managing Partner Methodos e membro del comitato esecutivo FERPI, con delega all’attuazione del programma.
Alla base di queste iniziative vi è l’intento di accrescere il bagaglio culturale ed esperenziale di ognuno di noi.

«Tutto quello che vorreste sapere sulle relazioni pubbliche ma nessuno vi ha mai raccontato o non avete mai osato chiedere!» questo il fil rouge che ha accompagnato la gradevole serata.
Un incontro dai toni piacevoli, un’occasione davvero unica!” queste le impressioni del gruppo Uniferpi Padova.
Con Fabio Ventoruzzo si è parlato della professione del comunicatore a 360 gradi: dalla riconoscibilità delle competenze, al percorso migliore per essere buoni professionisti di domani.
Le domande hanno spaziato tra gli argomenti e ambiti più diversi: Come conciliare passione e metodo nel mestiere di relatore pubblico e/o lobbista? Con quale approccio mentale fare i primi passi nel mondo del lavoro continuando a formarsi anche oltre il percorso accademico? […]
E’ essenziale imparare a cogliere le occasioni, far fruttare ogni possibilità, anche la più piccola. Bisogna essere curiosi e saper trovare il lato positivo delle attività, anche le più banali, perché nulla è banale. Nemmeno quando ci si ritrova a fare delle fotocopie: spesso, infatti, fogli all’apparenza inutili nascondono importanti insegnamenti di vita!

«Una buona dose di fortuna serve sempre» – ci racconta Ventoruzzo – ma va affiancata al coraggio e, soprattutto, al buon senso.

Nella ricetta per divenire un “buon professionista” inseriamo una razione di umiltà, anche se va sottolineato che questo ingrediente serve a caratterizzare, in primis, una persona di valore.
Non solo: anche l’etica ricopre un ruolo fondamentale all’interno della professione. Il guardarsi allo specchio e sentirsi in pace con sé stessi è un elemento imprescindibile dal successo nel mondo del lavoro.
I compromessi ci sono e ci saranno sempre, ma la passione e la fierezza di sé stessi sono gli elementi che aiutano a migliorare e a raggiungere ognuno i propri sogni.

«Questi confronti, informali ma molto aperti, sono sicuramente un’opportunità per parlare della professione e di come i giovani possano avvicinarsi al lavoro nella maniera più consapevole e coerente con l’evoluzione delle relazioni pubbliche. Spero che tanti altri miei colleghi vogliano cogliere questa occasione che, almeno per me, é stata anche di arricchimento personale e di soddisfazione: fa bene vedere tanti ragazzi in gamba appassionarsi per il nostro lavoro.»

Emerge quindi l’importanza della creazione di un ponte relazionale stabile e, come si dice spesso nel nostro settore “a due vie, simmetrico”, tra la Federazione di professionisti e il cuore pulsante di giovani Uniferpini distribuiti sul territorio nazionale: passione, impegno e metodo ci sono e ci saranno ancora!

Continuiamo così e continuate a seguirci!

Di: Giacomo Scheich, Silvia Zanatta, Eleonora Ornago, Lisa Scudeler
Uniferpi Padova

We want lobbies!

Cari amici condivido con voi il contributo di un amico e collega, Stefano Capretti, neo laureato in comunicazione con una tesi dal titolo Lobbying e comunicazione nel mercato energetico nazionale, sul tema della lobby.
Spero possa esservi utile e spero si possa aprire un dibattito su un tema molto vicino alla nostra professione e che, ad oggi, non abbiamo ancora affrontato nel nostro blog. Buona lettura! Giovanna

Lobbismo. Lentamente, qualcosa si muove anche nel nostro Paese.
Da qualche tempo il termine lobby è tornato nei titoli dei principali quotidiani nazionali, in relazioni alle reazioni provocate dai provvedimenti del governo Monti in materia di liberalizzazioni. Leggendo i giornali, sembra di capire che i tassisti siano una lobby.. o forse lo sono le farmacie? Anzi no, le banche sono la vera lobby!

Ma cosa è veramente una lobby è argomento ancora ignoto ai più.
Una lobby è un’organizzazione di interessi che esercita una pressione sui legislatori pubblici affinché emanino leggi che non danneggino i loro interessi.
Il lobbismo è una pratica comune in molti Paesi, spesso ben regolata e definita, che permette, a tutti i portatori di interessi, di avere un canale aperto e trasparente con l’organo legislativo per manifestare il proprio punto di vista e cercare di ottenere una legislazione favorevole ai propri scopi. Sembra brutto? Ricordiamoci che se ben regolato, il lobbying è una pratica che tutti possono esercitare, perchè tutti noi abbiano interessi da difendere.

La cronaca non giova all’immagine dei lobbisti. Anche perchè sul lobbying c’è poca conoscenza e molta confusione. Per fortuna la letteratura sull’argomento si sta arricchendo. Un titolo che rende subito l’idea del clima italiano è Vent’ anni da sporco lobbista, un manuale-diario su come si svolge la vita di un lobbista professionista. Fabio Bistoncini, l’autore, analizza i problemi della professione e racconta qualche caso interessante, il tutto con una buona dose di auto-ironia che rende la lettura piacevole e veloce. (Vent’anni da sporco lobbista di Fabio Bistoncini, Ed. Guerini e Associati 2011).

Fare bene lobby ha grandi potenzialità, anche per uscire dalla crisi. È il messaggio lanciato nel corso del dibattito tenuto in occasione della presentazione del libro a Milano, Bruno Tabacci e Oscar Giannino (che ha curato anche la prefazione), Mario Valducci, Giuseppe Civati e il padrone di casa Alberto Meomartini hanno sollecitato una presa di coscienza collettiva sul fatto che l’attività delle lobby non è di per se negativa, anzi, può servire ai rappresentanti dei cittadini per migliorare le proprie conoscenze e per prendere le decisioni corrette e ponderate. In Italia serve più che mai una cultura del lobbismo che dobbiamo importare dai paesi anglosassoni (o molto più semplicemente dalle istituzioni europee, già molto rigorose al riguardo).
La conoscenza permette al sistema di creare gli anticorpi adatti per difendersi dal lobbying sbagliato: quello dei “faccendieri” poco trasparenti. La politica, specialmente quella di sinistra, deve abituarsi all’idea che la rappresentanza degli interessi specifici, se diffusa, è utile a migliorare il benessere collettivo, più che a limitarlo. I partiti non sono più i connettori di questi interessi, nonostante il loro estremo tentativo di rappresentarli in modo egemone e devono, quindi, creare un sistema regolato di accesso al potere da parte di altri gruppi organizzati. Lo stesso discorso andrebbe fatto per le rappresentanze sindacali o imprenditoriali, troppo spesso barricate su posizioni antiche, inadeguate a incanalare le problematiche di oggi.

Pochi giorni dopo la presentazione del libro di Bistoncini, ecco che il ministro per l’agricoltura Enzo Catania fa sapere di voler procedere alla costituzione di un registro per i lobbisti. Qualcosa si muove. Il provvedimento, anche se apprezzato nella sostanza dagli operatori del settore, per poter essere realmente efficace sul tessuto produttivo e rappresentativo, dovrà essere inserito in un disegno più organico della Presidenza del Consiglio e del Parlamento. Ma il primo passo è stato compiuto. Ora non ci resta che augurarci una maturazione del sistema politico e imprenditoriale. Perchè tutti noi possiamo raggrupparci per fare advocacy e, ne sono certo, una lobby ci salverà, se lo vogliamo.

Stefano Capretti
stefano.capretti@studenti.unimi.it

Per approfondire l’argomento:
“20 anni da sporco lobbista”, Fabio Bistoncini, Ed. Guerini e Associati, 2011
“Alta Pressione. Perché in Italia è difficile regolare le lobby”, Francesco Galietti, Ed. Marsilio, 2011
“Le relazioni pubbliche e il lobbying in Italia”, Marco Mazzoni, Ed. Laterza, 2010
“Lobbying & lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale”, Gianluca Sgueo, Ed. Egea, 2011

“Pubblicità o pubbliche relazioni?10 differenze di metodo”

Seguo regolarmente il blog di Ninja Marketing perché lo trovo molto interessante, pieno di stimoli e informazioni utili. Stamattina ho letto questo articolo di Alessio Sarnelli che spiega le differenze tra pubblicità relazioni pubbliche. Mi piace perché spiega, punto per punto, le “profonde differenze” tra queste due attività. Mi piace perché è schematico e veloce. Mi piace perché è vero. Ci sono, però, alcuni punti su cui non sono d’accordo con Alessio.

Innanzitutto all’università mi hanno sempre detto che  gli operatori del settore preferiscono il termine “relazioni pubbliche”, l’abbreviazione PR è per l’inglese Public Relations. Passando ai singoli punti, invece, ce ne sono un paio dove credo sia necessario fare delle precisazioni.

1) Spazi sui media: a pagamento o copertura gratuita?

È vero che lo spazio sui media ottenuto dalle relazioni pubbliche non è pagato, ma non direi che lo scopo delle RP è di ottenere pubblicità gratuita per l’azienda. Secondo lo statuto di Ferpi, le relazioni pubbliche hanno la “finalità di creare, di sviluppare e di gestire sistemi di relazione con i pubblici influenti”. Da come ne parla l’articolo sembra che le relazioni pubbliche siano un’attività low cost da intraprendere se l’organizzazione non ha budget per una campagna pubblicitaria. Non è così. Le Relazioni Pubbliche sono una parte della comunicazione a cui va dato il giusto budget, proprio coma una campagna di advertising.

3) La durata di un’attività di promozione

Sono d’accordo sul fatto che per ogni singolo evento ci si può giocare la carta una sola volta per ogni organo di informazione, ma non bisogna pensare che l’attività di RP si limiti alla stesura di un comunicato e alla sua diffusione. Le relazioni pubbliche mirano a costruire un rapporto che dura nel tempo, sono quindi un’attività che continua anche dopo che la campagna advertising è finita da un pezzo.

Nonostante questi due punti mi piace questo articolo perché si potrebbe stare ore e ore a descrivere le differenze tra le due attività, mentre Alessio è riuscito a esporle in maniera semplice, chiara e veloce. La necessità di esprimere un messaggio in maniera breve e comprensibile non è forse un bisogno che hanno in comune entrambe le attività? Consiglio a tutti di leggere questo articolo e non vedo l’ora che esca la seconda parte con gli altri cinque punti!

Voi cosa ne pensate? Mi piacerebbe anche conoscere l’opinione di qualcuno che si occupa di pubblicità!

Fai Scienze della Comunicazione e troverai lavoro

Illustrazione di latejapride* (da Flickr)

Ho letto questo articolo di Giovanna Cosenza su Linkiesta, l’ho trovato molto molto incoraggiante e vorrei condividerlo con voi. Cosa ne pensate?

Ci sono miti da sfatare sul corso di laurea più bistrattato d’Italia. Non è vero che non dia lavoro. Al contrario, i laureati in comunicazione ne trovano di più rispetto agli altri umanisti. Restano i problemi del precariato e dello stipendio: ma per risolverli deve cambiare la cultura, che non dà importanza alla comunicazione.

In Italia i pregiudizi negativi sui corsi di laurea in scienze della comunicazione esistono da anni: laurea poco seria, esami facili da superare, titolo di studio svalutato sul mercato del lavoro perché le aziende si aspettano giovani impreparati o genericamente capaci di tutto e niente, che finiscono per confinare in ruoli malpagati e secondari. Insomma le battutacce su «scienze delle merendine», come i denigratori le chiamano, affliggono non solo gli studenti attuali, ma pure chi la laurea ce l’ha da anni.

La cosa peggiore, per chi subisce le battutacce, è che di solito provengono da persone che di comunicazione non capiscono niente. Il che è normale, a ben pensarci: se di comunicazione almeno un po’ te ne intendi, allora sei anche consapevole dell’importanza che ha per qualunque ambito professionale, e tutto faresti meno che denigrare chi ha studiato o studia per farla. Le uscite peggiori, nel 2011, sono venute dalla politica. Due esempi per tutti.

Gennaio 2011: a «Ballarò» il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, nel difendere la riforma della scuola, dice di aver voluto dare «peso specifico all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale», perché ritiene che «piuttosto che tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle comunicazion-i [sic] o in altre amenità, servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro». Infatti, aggiunge, i corsi in «scienze delle comunicazioni non aiutano a trovare lavoro», perché «purtroppo sono più richieste lauree di tipo scientifico, lauree che in qualche modo servono all’impresa». E «questi sono i dati», conclude Gelmini.

Ottobre 2011: il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, parlando prima a «Porta e Porta» e poi a «Matrix», spiega precariato e disoccupazione dicendo che «il problema dei giovani è che spesso non vengono seguiti dai genitori, che consentono loro di iscriversi a facoltà universitarie come Scienze della comunicazione». Sacconi usa cioè Scienze della comunicazione come esempio di laurea che produce precariato o, peggio, disoccupazione protratta. E non è la prima volta: l’aveva già fatto nell’agosto 2008, in un’intervista su L’Espresso.

Che i politici italiani alimentino i pregiudizi contro le lauree in comunicazione non mi stupisce più di tanto: poiché in Italia la politica – a destra come a sinistra – ha raggiunto negli ultimi anni i livelli più bassi anche nella comunicazione, oltre che nei contenuti e nelle azioni, i politici rientrano nel novero di coloro che sottovalutano il settore perché non lo conoscono. Che però i giornalisti riproducano gli stessi pregiudizi già mi stupisce di più, visto che non solo di comunicazione dovrebbero saperne, ma di comunicazione vivono.

Eppure nel 2009 Bruno Vespa si permise di chiudere una puntata di «Porta a Porta» addirittura «pregando» (sic) i giovani di non iscriversi a Scienze della comunicazione, e cioè di «non fare questo tragico errore che paghereste per il resto della vita». E commenti del genere, più o men pesanti, compaiono a cadenze quasi regolari su tutti i media.

Detto questo, l’ignoranza è certamente più grave nel caso dei ministri, perché un ministro dell’istruzione e uno del lavoro dovrebbero conoscere bene ciò su cui non solo rilasciano dichiarazioni ma prendono decisioni. Specie se concludono dicendo, come ha fatto Gelmini: «E questi sono i dati».

I dati infatti non dicono che il mercato del lavoro non assorba laureati in Scienze della comunicazione. Dicono altro. Secondo il consorzio interuniversitario Almalaurea, sostenuto dallo stesso Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Scientifica, consorzio che oggi elabora e rende disponibili sul web dati che riguardano il 78% dei laureati italiani, nel 2010 i laureati triennali in Scienze della comunicazione, a un anno dalla laurea, non lavoravano meno degli altri, anzi: il 46,5% di loro lavorava, a fronte del 46% dei laureati triennali di tutti i tipi di corsi, e di un 41,8% di laureati triennali usciti dalle facoltà di Lettere e filosofia, a cui in molti atenei appartiene Scienze della comunicazione. Il che vuol dire che nel 2010, in piena crisi economica, i neolaureati in comunicazione lavoravano un po’ più degli altri (uno 0,5% in più) e ben più dei loro colleghi umanisti (4,2 punti percentuali in più).

Se poi prendiamo le lauree magistrali del settore della comunicazione e le confrontiamo con tutte le altre, otteniamo una perfetta parità: a un anno dalla laurea, nel 2010 già lavorava il 55% dei giovani che avevano preso una magistrale nella classe «scienze della comunicazione pubblica, d’impresa e pubblicità», esattamente come già lavorava il 55% dei laureati in tutti gli altri corsi. E se confrontiamo questi dati con quelli dei giovani usciti dalle facoltà di Lettere e filosofia, scopriamo ancora una volta che i comunicatori se la passano meglio di altri umanisti, i quali, a un anno dalla laurea, nel 2010 lavoravano solo nel 53% dei casi.

Ma andiamo a spulciare anche il cosiddetto «profilo» dei laureati che la banca dati di Almalaurea mette a disposizione sul web, giusto per capire se la nomea di «laurea facile» e «poco seria» ha qualche fondamento nei numeri.

Con un paio di clic scopriamo per esempio che i giovani che nel 2010 hanno conseguito una triennale in Scienze della comunicazione hanno preso in media 100 come punteggio di laurea, mentre gli altri laureati italiani hanno preso 100,6; e scopriamo inoltre che, sempre lo stesso anno, la media di voti negli esami è stata 25,9 per i laureati triennali in comunicazione e 25,8 per tutti gli altri. Inoltre, con altri due clic scopriamo che nel 2010 i laureati magistrali in comunicazione hanno preso in media 27,4 agli esami e 106,5 alla laurea, mentre gli altri hanno preso 27,6 agli esami e 108,1 alla laurea.

Questi dati credo possano contribuire a sfatare l’idea che a comunicazione si «regalino i voti», visto che i voti di comunicazione sono allineati a quelli delle altre lauree nel caso dei trienni e addirittura più bassi nelle magistrali. Certo, i numeri possono sempre essere interpretati in modo diverso: un voto più basso può voler dire che l’esame è più difficile, come pure che lo studente è più zuccone. Ma poiché non c’è niente, se non il pregiudizio, a far propendere per un’interpretazione o l’altra di un voto, e poiché il pregiudizio sulle lauree in comunicazione è che i voti siano più alti lì che per esempio a Ingegneria o Fisica, solo perché gli esami sono più facili e non perché gli studenti siano più bravi, è doveroso leggere queste medie, per par condicio, semplicemente ribaltando il pregiudizio, e non decidendo all’improvviso che a un voto più basso corrisponda uno studente più zuccone e non un esame più duro.

Insomma, che i laureati in comunicazione siano meno richiesti dal mercato è pregiudizio, non realtà confermata dai numeri; che le lauree nel settore della comunicazione siano più facili è pure pregiudizio. Ma che il mercato del lavoro valorizzi meno i laureati in comunicazione degli altri non è pregiudizio: è realtà.

Se cerchiamo infatti dati sugli stipendi, Almalaurea ci dice che, a un anno dalla laurea, nel 2010 i laureati triennali in Scienze della comunicazione prendevano in media 879 euro netti al mese, mentre tutti gli altri ne prendevano in media 967; e dice che i laureati magistrali in comunicazione prendevano in media 904 euro netti mensili (addirittura meno dei triennali di altri settori), mentre gli altri ne prendevano 1051.

Se infine consideriamo il problema della precarietà, il quadro è ancora una volta svantaggioso per i comunicatori: nel 2010, a un anno dalla laurea, avevano un lavoro stabile solo il 32,9% dei laureati triennali in Scienze della comunicazione, contro il 38,2% di tutti gli altri, e solo il 25,1% dei laureati magistrali nel settore della comunicazione, contro il 33,9% di tutti gli altri.

Insomma, stando ai numeri, la differenza fra un/a laureato/a in comunicazione e uno/a di altre discipline sta soprattutto nella maggiore precarietà e nello stipendio più basso: da 88 a 147 euro netti al mese in meno per i comunicatori, in un momento in cui, data la crisi, gli stipendi sono già bassi per tutti.

E allora, cosa dobbiamo concludere? È forse questo il nucleo di verità che ha indotto Bruno Vespa a parlare di Scienze della comunicazione come di un «tragico errore» di cui pentirsi per tutta la vita?

I problemi ci sono, inutile negarlo. Ma non è dicendo ai giovani si evitare come la peste i corsi di comunicazione che si risolvono, specie in un paese come il nostro, in cui la cultura della comunicazione è scarsa in tutti i settori professionali: campagne pubblicitarie banali e volgari, comunicazione sociale inefficace, televisione urlata e politici incapaci di rivolgersi ai cittadini in modo convincente ci mostrano tutti i giorni quanto in basso sia scesa la comunicazione in Italia. Di bravi e qualificati comunicatori il nostro paese avrebbe un disperato bisogno, altro che. Se solo, ovviamente, il mercato non fosse a sua volta condizionato dai pregiudizi di cui stiamo parlando.

È infatti da oltre dieci anni che gli studenti e i laureati in comunicazione sopportano battutine sul loro conto e uscite come quelle degli ex ministri Gelmini e Sacconi: non possiamo pensare che tutto ciò non influisca sulla decisione delle imprese riguardo a stipendi e stabilizzazione del lavoro. È anche a causa di questi pregiudizi infatti che, se un’azienda fa un colloquio a un neolaureato in ingegneria bravo e uno in comunicazione altrettanto (o più) bravo, decide quasi per automatismo di pagarlo meno: l’ingegnere vale di più a priori, non perché «serve di più» all’azienda.

La stessa cosa accade quando un’impresa deve decidere di stabilizzare due precari: a parità di condizioni, si stabilizza prima l’ingegnere (l’informatico, ecc.) perché «altrimenti scappa». È la somma di decisioni come queste che un po’ alla volta ha creato un mercato di stipendi più bassi e di precarizzazioni più frequenti per i laureati in comunicazione. E il circolo vizioso è ormai chiuso.

Un circolo vizioso che sarebbe ora di rompere, una buona volta. Restituendo dignità alle professioni della comunicazione, a partire da come se ne parla. Facendo sempre considerazioni basate su dati e non su stereotipi, pur consapevoli che i dati vanno letti con attenzione e possono essere variamente interpretati. E cominciando a fare tutte queste cose proprio sui media – televisione, stampa, radio, internet – visto che, come dicevo, non si vede perché gli operatori della comunicazione debbano continuare a sminuire ciò che gli dà mangiare.

Articolo originale: http://www.linkiesta.it/scienze-della-comunicazione#ixzz1iyGW1uYt

Uniferpi: crescere con i professionisti

di Daniele Salvaggio, Delegato FERPI Giovani

I giovani studenti di Uniferpi, in occasione della loro prima riunione nazionale avvenuta mercoledì’ 1 dicembre a Milano (e’ in programma un secondo incontro nazionale a Roma in gennaio) durante la quale e’ intervenuto anche il direttore della comunicazione esterna di Eni, Gianni Di Giovanni, hanno tracciato una nuova rotta partendo dalla consapevolezza che per crescere nella professione e all’interno dell’Associazione, e’ necessario attivare una fattiva collaborazione con le singole delegazioni.
Esiste a livello nazionale un problema di iscrizioni e di assenteismo, studenti convinti che Ferpi rappresenti principalmente una possibilità per ottenere stage o collaborazioni professionali, giovani iscritti senza motivazione ne’ reale interesse, gruppi di lavoro attivi e propositivi che chiedono sostegno e maggiore collaborazione da parte dei soci professionisti e delle singole delegazioni.
Troppo spesso infatti ci si ricorda dei giovani solo quando e’ necessario un aiuto nella gestione di eventi o convegni, coinvolgendoli esclusivamente nella parte più’ operativa. L’esigenza di Uniferpi e’ quella di imparare, anche attraverso l’operatività, ma non solo. I ragazzi devono essere parte integrante della macchina progettuale, per questo viene chiesta una collaborazione con le singole delegazioni, partecipando alle loro riunioni e lavorando a stretto contatto con i soci professionisti. I giovani di Uniferpi metteranno dal canto proprio impegno, volontà e passione per costruire, anche grazie all’aiuto dell’Associazione, quella che sarà la loro professione di domani.
Il problema della partecipazione e del coinvolgimento dei giovani è anche legata, oltre ad una distanza tra mondo professionale e mondo accademico, alla mancanza di punti di riferimento “familiari” agli studenti sia all’interno dell’Associazione sia negli ambienti accademici da dove la maggior parte proviene. Uniferpi deve essere per Ferpi un incubatore di idee, di progetti, di iniziative, finalizzate a comprendere l’evoluzione della professione e a coltivare un “vivaio” che potrà diventare nel tempo la nuova classe dirigente dell’Associazione.
Entriamo quindi nelle Università attraverso il canale preferenziale di Uniferpi e i contatti che tanti nostri soci professionisti hanno direttamente o indirettamente con gli atenei: avviciniamoci ai giovani, facciamo capire cosa vuol dire essere oggi comunicatori, cosa significa fare relazioni pubbliche, portiamo le professionalità di Ferpi dentro le aule, promuoviamo l’Associazione attraverso il polmone universitario, vero e primo spartiacque della metamorfosi studente – lavoratore.
I giovani Uniferpi sono pronti a ripartire in modo unitario e compatto, con entusiasmo e voglia di fare, ce lo siamo detti guardandoci negli occhi. Chiediamo solo alle singole delegazioni di aiutarci in questo processo di crescita, coinvolgendo e formando coloro che hanno voglia di imparare, di mettersi in gioco, di “sporcarsi le mani”, in attività ed iniziative territoriali e nazionali.

tratto dal sito www.ferpi.it

Riccardo Luna a Segnavie: “Sbaglia chi non ci prova”

 

“..Indicazioni tracciate su alberi o massi che orientano il viaggiatore in  territori complessi, appigli lasciati da uomini e donne esperti. Indicazioni, tuttavia, che si affidano all’intelligenza e alla sensibilità del viaggiatore: questa una possibile definizione di segnavia..”


Il segnavia piantato ieri a Padova da Riccardo Luna – primo direttore di Wired Italia – e dal giornalista Luca Sofri, ha chiuso il ciclo di incontri promosso e realizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ma ha di certo aperto molte conversazioni, innescato nuove connessioni e azionato una bussola chiamata “curiosità”.

Ampio e vario il pubblico ieri presente all’appuntamento e, tra i molti giovani, anche noi di Uniferpi Padova, a interrogarci su tematiche oggi attuali più che mai.

“Che cos’è l’innovazione? Esiste l’innovazione in Italia?” L’innovazione è “avere passione per il futuro, studiando il futuro”. L’innovazione è quella cosa che migliora la vita delle persone. Sono le persone che cambiano il mondo, la tecnologia è un mezzo per poterlo fare.

L’innovazione può essere creata da tutti, ma allo stesso tempo va a tutti diffusa e spiegata in modo semplice. La discussione, in scena al Centro Congressi Papa Luciani, tocca anche il tema del giornalismo: “Devi essere umile perché scrivi per gli altri”, spiega Riccardo Luna, che aggiunge “noi giornalisti abbiamo fatto un pessimo lavoro, siamo stati pigri e autoreferenziali, ora la rete ha più opportunità e sta spazzando via un po’ di cattivo giornalismo”.

La rete è uno dei più grandi abilitatori sociali: emerge l’esigenza di puntarci di più in Italia, essendo attivi e cercando anche di contribuire alla ricostruzione di un rapporto di credibilità tra politica e cittadini, perché l’innovazione va fatta conoscere e riconoscere anche alla e dalla politica.

L’espressione “piove governo ladro” è un paravento per la nostra pigrizia”, aggiunge Riccardo Luna, ”Se piove non lamentiamoci, apriamo l’ombrello!” Non serve per forza una legge per creare o promuovere l’innovazione. Serve un cambio di passo culturale per trasformare lo spirito generale del Paese. “Perché non pensare a un Paese di startupper?” Anziché cercare disperatamente un lavoro, creiamolo, inventiamolo, proponiamo nuove soluzioni per risolvere i problemi.

L’innovazione esiste, ma troppo spesso non si vede. C’è ma non lo si sa. Ci sono persone, scienziati, enti e aziende che innovano, ma non sono in rete. Per una nuova Italia l’innovazione è davvero così nascosta? Pare di capire che ci sia grande voglia di innovazione e altrettanta ignoranza digitale. Eppure l’ignoranza è molto meno importante della voglia di fare.

Oggi, come non mai, la comunicazione, la relazione e le relazioni assumono un valore sempre più vitale. Noi tutti abbiamo le possibilità di sfruttare questi “strumenti” aumentandone il valore. Non lasciamo che tutte queste riflessioni rimangano sospese.

Qual è, allora, il meccanismo per innovare? Non è questione di “meccanismo”, bisogna “provarci”. In Italia chi ci prova e sbaglia, è un fallito. A noi manca la cultura del fallimento: la prospettiva dev’essere differente.

..È il viaggiatore che decide liberamente quale via percorrere”. Noi viaggiatori che segnavia seguiamo? Perché non iniziamo a piantarne un po’?

Se uno sbaglia, almeno c’ha provato. Sbaglia chi non ci prova”.

Silvia Zanatta – UniFerpi Padova

Esercitazioni di Comunicazione: ottimo consulente portatile

Esercitazioni di comunicazione R. Antonucci, Libreria Universitaria, 2011 pp. 128, € 10,00

Quante volte dall’inizio della vostra carriera universitaria in Scienze della Comunicazione vi siete chiesti: “che cosa farò da grande? Il mio lavoro come si fa in pratica? “

Quante volte all’inizio di un corso in relazioni pubbliche o in comunicazione d’impresa vi siete chiesti: “ ma come si fa praticamente un piano di comunicazione?

Di libri in 3 o 5 anni di università ne abbiamo letti, studiati, sfogliati molti. In tutti c’era un capitolo dedicato al piano di comunicazione, alle macrofasi, che vanno da 3 a 5, o ai diversi passi che, a seconda dell’autore, variano da 10 a 11, e in taluni di questi manuali c’erano anche delle case history.

Sicuramente tutti questi libri in modo diverso hanno contribuito a darci ottime basi sulle differenti metodologie per realizzare un piano di comunicazione. Nella maggior parte dei casi sapremmo recitare, quasi come i dieci comandamenti, le fasi del piano di comunicazione e saremmo ferratissimi sulle definizioni. Ma in pratica che cosa sappiamo fare?

Durante la nostra carriera universitaria ci sarà sicuramente capitato di cimentarci in qualche piano di comunicazione da soli o in gruppo. Ma è quel “qualche” che ci spaventa. Tre piani di comunicazioni in 5 anni di università basteranno a darci un metodo? Forse ad alcuni si, ad altri no.

Dai libri abbiamo imparato che non esiste la soluzione giusta o sbagliata. Esistono solo le “soluzioni che funzionano”, cioè quelle che raggiungono gli obiettivi predefiniti.
Ma come fare ad arrivare al primo stage sapendo sviluppare un piano di comunicazione?
L’unica risposta è : cimentandosi.

Roberto Antonucci, presidente della Commissione di Ammissione e Verifica della posizione professionale degli iscritti Ferpi, ha capito l’esigenza degli studenti di “provare-fare-sbagliare” e ha scritto un utilissimo “sussidiaro”: Esercitazioni di Comunicazione , edito da libreriauniversitaria.it, che ha gentilmente sottoposto alla visione-critica del Comitato direttivo UniFerpi.

Esercitazioni di Comunicazione è organizzato in tre parti:
-come si progetta un Piano di comunicazione, in cui viene descritto il metodo per realizzare in undici passi il razionale di un Piano di comunicazione;
-come si sviluppa un brief di comunicazione, con dieci esercitazioni proposte agli studenti attraverso altrettanti brief di comunicazione;
-le soluzioni proposte da un addetto ai lavori, in cui gli stessi dieci brief sono sviluppati dall’autore; i lettori possono così confrontare le loro soluzioni con quelle proposte.

Alla prima visione e consultazione il manuale sembra pensato per “giovani alle prime armi” che si vogliano cimentare velocemente a riempire gli spazi bianchi della seconda parte per consultare in un terzo tempo le soluzioni.

In realtà, leggendolo con sguardo critico, ci si può rendere facilmente conto che è un libro pensato non esclusivamente per gli studenti. Tutt’altro. L’essenzialità dei contenuti denota che questo sussidiario non puo’ essere la base su cui studiare la metodologia del piano di comunicazione ma deve essere usato dai docenti come sussidiario di supporto e dagli addetti ai lavori come “consulente portatile”.

E’ un libro che, pur presentandosi in una forma e con un titolo essenziale, sa centrare l’obiettivo: esercitarsi.
La partita della comunicazione è sempre aperta e (quasi nessuno) può sentirsi arrivato.
C’è sempre da imparare e da sperimentare, ma con metodo.
In molti pensano che la nostra professione sia fondamentalmente fatta di creatività, magari con un pizzico di improvvisazione. Niente di più sbagliato e questo libro ce lo ricorda.
Il piano di comunicazione, lo dice la parola stessa, è analisi, progettazione, definizione di un processo.

Il tratto forte di questo sussidiario è la capacità dell’autore di trasmettere ai lettori la necessità di un metodo nella professione. Un libro sicuramente da provare (nel vero senso della parola). Per questo ci auguriamo che abbia un seguito, magari con un percorso di approfondimento delle diverse discipline della comunicazione.

Caro Roberto, non hai ancora pensato a una collana di Esercitazioni di Comunicazione? Ne dobbiamo fare di esercizi noi giovani!

Le Rp sono questione di “metodo”

Cari ragazzi

voglio condividere sul nostro blog un’interessate e utile intervista che Fabio Ventoruzzo, membro del Comitato esecutivo di FERPI, ha rilasciato a CensisGuida.
Credo che le parole di Fabio possano toglierci qualche dubbio da una parte e stimolarci -moltissimo- dall’altra.
Spero che da questo contributo nasca un confronto costruttivo. Dopo tutto si parla anche di noi e del nostro metodo, attuale ma sopratutto futuro, di fare RP.
Che ne pensate?

Il concetto di Relazioni Pubbliche in Italia è ancora oggi soggetto a varie interpretazioni. Come definirebbe il ruolo del “relatore pubblico” oggi?
Chi si occupa di relazioni pubbliche nelle organizzazioni è impegnato, da sempre, nella gestione dei loro sistemi di relazione. Oggi non basta comunicare: la comunicazione deve essere funzionale a rafforzare la legittimazione (quella che molti chiamano reputazione) di una organizzazione nei confronti dei suoi pubblici. In una società “a rete” come quella attuale, ciò non può essere affidato solo all’istinto del comunicatore, ma richiede adeguati processi e politiche. Oggi, a differenza del passato, il relatore pubblico non è più solo un ruolo ma è funzionale alla governance dell’organizzazione, interpretando le aspettative dei pubblici (esterni ma anche interni) e facilitando la diffusione di una cultura della comunicazione e della relazione all’interno della stessa organizzazione.
Qual è la situazione delle Relazioni Pubbliche in Italia e quali sono le prospettive future di lavoro per chi vuole avvicinarsi a questo mondo?
In termini di occupabilità e di indotto economico le relazioni pubbliche sono un mercato che in questi anni è rimasto sostanzialmente stabile, seppur con i riflessi della situazione economica generale. È cresciuta – e di molto – invece, la consapevolezza (e quindi, la rilevanza della funzione per le organizzazioni) delle relazioni pubbliche come leva per facilitare il raggiungimento degli obiettivi (e non solo in termini di supporto all’immagine e reputazione). Non solo agenzia di consulenza e aziende private però: sono sempre di più le organizzazioni pubbliche e quelle del terzo settore (non profit) che impiegano professionisti di relazioni pubbliche. Una professione che, arrivata in Italia nel secondo dopoguerra, sta entrando nel pieno della sua maturità.
Un settore, quindi, che strizza gli occhi ai giovani?
Il mondo delle relazioni pubbliche (e della comunicazione, in generale) è sempre stato un settore molto attraente per i giovani. Sono molti i corsi universitari e post-universitari che pongono la comunicazione e le relazioni pubbliche al centro dei propri curriculum. È innegabile anche che siano ancora troppi i giovani che – una volta terminato il corso di studi – faticano ad entrare nel mondo del lavoro.
Ma non è solo un problema quantitativo di incontro tra domanda e offerta. È anche un problema di qualità nell’offerta: in questi anni abbiamo assistito ad una difficile integrazione tra professionisti “di spada” (che si sono fatti le ossa sul campo) e di “toga” (che si sono avvicinati alla professione attraverso corsi e master di specializzazione). Per questo è fondamentale che un’associazione professionale come Ferpi abbia posto la questione giovani come una delle priorità della propria agenda associativa.
È una professione che si impara o si studia, quindi?
Molti professionisti (anche giovani) arrivano da corsi di laurea e percorsi formativi completamente diversi (lettere, lingue, filosofia, economia, ecc). La “concorrenza” è allargata perché ancora oggi si tende a privilegiare l’esperienza all’approccio professionale. Mentre la prima è disponibile a tutti (tutti possono imparare facendo), la seconda è appannaggio di coloro che hanno frequentato corsi e master. Per questo motivo le università e i tanti corsi specializzanti dovrebbero focalizzarsi su questo vantaggio distintivo e valorizzare le competenze acquisite dai partecipanti più che dalle tecniche insegnate di relazioni pubbliche.
Ma quali sono allora queste competenze distintive da offrire oggi nei corsi e master in relazioni pubbliche?
Sicuramente l’approccio, il metodo: fare relazioni pubbliche non è inventarsi ogni giorno una soluzione diversa ma un processo di analisi, di progettazione, realizzazione e valutazione consapevole. Per questo sono sempre più importanti competenze di project e business management oltre che la padronanza di modelli manageriali specifici. L’inglese è ormai diventato un requisito indispensabile. Il cinese sta diventando un plus straordinario. Si deve insegnare a interagire in una società a rete, alimentando la capacità di raccogliere e interpretare le informazioni ed essere aperti alle novità. Occorre “togliere dalle parete gli specchi e aprire le finestre” per vedere cosa accade in altre contesti e professioni.
Quali le aree di attività che potrebbero essere particolarmente appetibili per i giovani?
La comunicazione attraverso i media digitali è ormai parte integrante delle strategie di ogni organizzazione: la padronanza del Web 2.0 è un grande vantaggio culturale per i giovani, anche se non verranno mai meno le relazioni con i media tradizionali. Cresce inoltre l’attenzione per la comunicazione interna (magari a supporto dei grandi processi di cambiamento organizzativi). Da non dimenticare il lobbying (relazioni con le istituzioni), area storica della nostre professione ma che negli ultimi anni sta assumendo sempre più rilevanza all’interno delle organizzazioni con un mercato che premia le società specializzate in questo servizio.
Lei fa parte del Comitato Esecutivo di Ferpi, la Federazione delle Relazioni Pubbliche Italiana, che ha individuato come obiettivo strategico per i prossimi anni la formazione in questo settore.
Una leva per avvicinare i giovani all’associazione e al mondo delle Relazioni Pubbliche? È la professione che si dovrebbe avvicinare maggiormente al mondo dei giovani, e non viceversa. Ripensare formati, contenuti e modalità di un’offerta formativa più vicina alle reali esigenze dei giovani (e del mercato) significa dunque proporre contenuti adeguati alle aspirazioni delle persone che si avvicinano alla professione, soprattutto in termini di relazioni. Si deve spostare il focus dal “saper fare” (le tecniche) al “saper essere” manager delle relazioni pubbliche; dal consumo (di formazione) alla costruzione di contenuti e modelli; dall’aula tradizionale all’apprendimento in condizioni out-of-the box.
Tornerebbe a fare questo lavoro?
Assolutamente sì. Mi sono laureato in relazioni pubbliche e sono innamorato di quello che faccio. Non penso – almeno per me – possa esistere lavoro più stimolante di questo perché vive e si nutre nella contemporaneità e nel fitto intreccio tra sistema economico, politico e sociale. Non potrei desiderare di più.

Tratto da CensisGuida

Rivoluzione è sinonimo di passione!

di Silvia Lucia Sampugnaro, Delegato Territoriale UniFerpi Catania

'Revolución', Luca Magnano©

Qualche settimana fa scambiavo opinioni con un amico siciliano, ‘trapiantato’ a Milano, che frequenta il Corso di Laurea Specialistica in Discipline Econominche e Sociali della Bocconi. Durante la nostra conversazione mi confessa: – “Ho visto il sito della ‘tua’ associazione e mi piace l’utilizzo della parola professione, forse perché mi ricorda la dichiarazione del Caffè Florian”.
Avevo già sentito parlare dei Principi della Goliardia del 1946, ma ho fatto una ricerca più approfondita ed ho scoperto che in quella data a Venezia si fonda l’Ugi (Unione Goliardica Italiana) in un momento storico delicato che vede, proprio dopo la caduta del fascismo, la rinascita in Italia del libero associazionismo.
Posto qui di seguito la citazione completa perché sono certa queste parole meritino una riflessione consapevole e non superficiale. Le trovo ancora attuali e mi sembrano significative perché restituiscono, a mio avviso, in maniera del tutto semplice ed efficace, quell’idea di formazione e crescita culturale cui oggi un giovane studente dovrebbe tendere. Un percorso che inizi dallo studio puntuale, e perché no severo, ma che si colori inevitabilmente di mille sfaccettature. Un viaggio che miri a perseguire obiettivi futuri importanti attraverso la condivisione di idee, la passione per il proprio lavoro, la curiosità verso mondi ‘altri’ , la caparbietà.

«Goliardia è cultura e intelligenza. È amore per la libertà e coscienza della propria responsabilità di fronte alla scuola d’oggi e alla professione di domani. È culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita, alla luce di un’assoluta libertà di critica, senza pregiudizi di fronte a uomini o istituti. È infine espressione delle antichissime tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere università di scholari.
Questa storica definizione della Goliardia non la si ripeta supinamente, ma la si attui e la si concretizzi. Da tale definizione viene ribadita e riconfermata l’apoliticità e l’aconfessionalità della Goliardia e, quindi, degli Ordini Goliardici.
Poiché è solo alla luce di questa nostra assoluta libertà di Goliardi che, senza pregiudizi, e nel più assoluto rispetto per la coscienza, della libertà e dell’individualità di ognuno di coloro che entrano a far parte della nostra famiglia, possiamo affermare che Goliardia è, soprattutto, fratellanza, una sacra fratellanza dove i diversi credi politici e religiosi non hanno alcuna possibilità di creare fratture, fazioni, divisioni.
Ogni Goliarda è libero di aderire, politicamente, a questo o a quel movimento; alla Goliardia questo non interessa.
Ogni Goliarda è libero di aderire, spiritualmente, a questa o a quella fede religiosa, ed è anche libero di proclamarsi ateo (purché creda almeno in Bacco Tabacco e Venere): alla Goliardia questo non interessa.
Politica e religione sono due campi estranei alla Goliardia.
La Goliardia dice: “Sei libero. Usa di questa tua irrinunciabile libertà come meglio credi e secondo la tua coscienza di uomo libero”.
La Goliardia possa eternamente durare in barba ai mestatori ed agli arrivisti, ai politicanti ed ai commercianti, ai filistei ed ai missionari di fede affinché coloro che verranno dopo di noi possano sempre definirsi e proclamarsi, con antica e sempre nuova fierezza, “servi unius nostrae libertatis”».
(“Dichiarazione di Goliardia”. Caffè Florian – Venezia, febbraio 1946)