Il mercato del lavoro in Italia: ombre ed ombre

di Paolo Colagrossi – Analysis & Strategy@NDV Comunicazione 

Sede di Bankitalia

L’occasione di parlare della situazione lavorativa nel nostro Paese mi è stata offerta su un piatto d’argento congiuntamente sia da un articolo che ho letto ieri (7 Novembre 2011) su “Repubblica.it”, che da un commento relativo all’oggetto del suddetto articolo da parte di Vittorio Feltri – editorialista del quotidiano “Il Giornale” – che ho ascoltato in diretta durante il programma tv “Otto e mezzo”, trasmesso dall’emittente La7 e condotto da Lilli Gruber, la sera del giorno stesso (sempre il 7 Novembre 2011).

Facciamo un po’ di ordine. L’articolo riporta i dati di Bankitalia inseriti nel rapporto “Economie Regionali”, relativi ai cosiddetti Neet – acronimo dell’inglese Not in education, employment, training – ovvero i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni che non studiano né lavorano.

Oggi, in Italia sono ormai quasi 2 milioni e 200 mila (23,4% della popolazione totale di questa fascia di età), mentre nel periodo 2005-2008 erano poco meno di 2 milioni. L’aumento è stato più evidente al Nord ed al Centro; al Sud, invece, i “neet” sfioravano il 30% già prima dell’arrivo della crisi. Le donne rappresentano il 26% del totale, gli uomini il 20%.

Numeri che fanno spavento. Che fanno riflettere. Che fanno rabbia.

Soprattutto se – in un eccesso di generalizzazione – gli epiteti, con i quali gli appartenenti a questa fascia vengono bollati da Vittorio Feltri, sono: “lazzaroni” – che nell’etimologia spicciola, in senso moderato e scherzoso rappresenta la figura del fannullone, dello scansafatiche, mentre nell’accezione classica significa canaglia, mascalzone (fonte: dizionari.corriere.it – voce: “lazzarone”) – e “bamboccioni” – definizione nota e di padoa-schioppana memoria.

Soprattutto se – come ha ribattuto Federico Rampini, giornalista ed inviato estero de “La Repubblica”, nonché scrittore, anche lui ospite della suddetta trasmissione nella stessa puntata – si considera che questi giovani spesso studiano, ma fanno fatica a trovare spazio in Italia e quindi emigrano, alimentando il doloroso fenomeno dei “cervelli in fuga”.

Soprattutto perché le etichette sono facili semplificazioni, che non fanno mai giustizia a chi le subisce.

La composizione dei “neet” è fisiologicamente varia, quindi, composta sia di veri fannulloni, che di studenti e lavoratori che “ci stanno provando”. Le distinzioni, in questo caso specifico come non mai, sono fondamentali.

Soprattutto perché probabilmente molti di noi stanno vivendo sulla propria pelle le difficoltà di dover studiare (di giorno) e lavorare (di notte) per terminare gli studi.

Soprattutto perché per la maggior parte di noi gli stage non sono mai retribuiti, e quando lo sono, si tratta di buoni pasto.

Soprattutto perché alcuni di noi si sono messi in proprio: “ci stanno provando”, ma non offrono stage, tirocini e “compagnia bella”.

Soprattutto perché se ne hanno la possibilità, offrono lavoro. E lo pagano.

Perché il lavoro va pagato. Sempre.

Soprattutto perché, se questo Paese non cambia mentalità, non riuscirà mai a risollevarsi.

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Un commento su “Il mercato del lavoro in Italia: ombre ed ombre

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