A che servono i comunicatori?

Qualche settimana fa ho scritto due post (link1 e link2) per parlare dell’utilità e della reputazione dei corsi di laurea in comunicazione. Diversi sono stati i commenti dei lettori, tutti molto interessanti, scritti da persone vicine al mondo della comunicazione. Oggi, invece, a scrivere è stata una lettrice che si occupa di tutt’altro. Laura – questo è il suo nome – pone delle domande che a noi potrebbero sembrare banali ma, essendo il suo punto di vista simile a quello della maggior parte dei nostri stakeholders di domani, le dobbiamo delle risposte. Ecco perchè ho voluto dare risalto al suo commento pubblicandolo qui:

posso fare una domanda? ma che significa “io sono un comunicatore”? cioè con questa parola, “comunicatore”, in realtà cosa si intende? una persona che comunica? del tipo che tu sai comunicare e io no perchè non sono laureata in scienze della comunicazione? quindi se è così io ora non starei comunicando giusto?
mi sembra una forzatura, l’utilizzo di questa parola. Io sono un comunicatore… beh lo siamo tutti, e mi sembra anche una frase scontatissima. Pure mi è poco chiara la frase “c’è un grande bisogno di saper comunicare nell’epoca del web 2.0″…
a parte il fatto che la realtà per fortuna non è solo INTERNET nè WEB (che sono 2 cose diverse) quindi trovo già sbagliato il doversi rapportare ad una piccola porzione del mondo che ci circonda per giustificare questo impellete bisogno di comunicazione… ma poi, e questa è la mia domanda centrale, ciò significa che prima degli anni 80, quando cioè il web non esisteva ancora, non c’era necessità di comunicare? si comunicava di meno? si comunicava peggio? porca miseria, come ha fatto l’uomo a sopravvivere tutti millenni prima della scoperta di scienze della comunicazione?

si lo so che è un messaggio sarcastico, ma capirai i miei dubbi. ho letto spesso testi come il tuo, perchè sono curiosa e divertita da chi intraprende scelte completamente opposte a quelle che farei io se potessi tornare indietro anche mille volte, però sinceramente ogni tanto vorrei ripensarci, cambiare opinioni, leggere qualcosa di diverso dalle solite motivazioni balenghe sul perchè sia così importante, AL GIORNO D’OGGI (magari questo potevi scrivere, e non tirare fuori il quasi web 3.0! ma sarebbe stato comunque un errore di fondo), COMUNICARE. Voi studenti di scidecom che vi sentite discriminati, voi proprio date adito a queste discriminazioni, con certe frasi! stupitemi! ma ho molti dubbi!

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3 commenti su “A che servono i comunicatori?

  1. I comunicatori, gli esperti di comunicazione, sono cosa ben diversa dai comunicanti (cioè tutti coloro che hanno facoltà di comunicare). I comunicatori conoscono tutte le dinamiche della comunicazione e sono in grado di operare scelte strategiche per raggiungere gli obiettivi delle organizzazioni per le quali lavorano. Queste organizzazioni possono essere aziende, enti pubblici, associazioni no-profit o personaggi pubblici. Hai visto che grande piano si sono inventati i comunicatori di Barack Obama?

    I comunicatori esistevano ovviamente già da prima che arrivasse internet. La Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) è nata nel 1970, ma ancora prima c’erano altre associazioni di comunicatori in Italia e all’estero. Certo, se il loro ruolo non è chiaro ancora oggi, figuriamoci 40 anni fa!!

    La prima tesi del Cluetrain Manifesto, la riforma della comunicazione nell’era di internet, è “i mercati sono conversazioni”. Oggi le conversazioni si sono spostate in rete. Per questo molte organizzazioni, aziende in primis, si affidano a degli esperti che sappiano influenzarle a loro vantaggio. Ecco perchè molte delle professionalità oggi richieste non esistevano qualche anno fa.

    Non hai idea di quanti disastri succedono quando il direttore marketing di un’azienda prende delle decisioni senza consultarsi col direttore comunicazione. Per non parlare di quelle aziende che non hanno proprio un responsabile comunicazione: la loro reputazione in rete è in balia degli utenti, liberi di scrivere qualsiasi cosa. Poi l’azienda se ne accorge e inizia a fare denunce, peggiorando ancor di più la sua situazione.

    Insomma, il lavoro del comunicatore esiste, c’è, è giustificato, è utile. Forse non ti ho spiegato tutte le ragioni per cui lo è. Sono certo che avrai molte altre risposte. Sei nel posto giusto 😉

  2. Il Corso di laurea specialistica in Comunicazione d’impresa e pubblica persegue l’obiettivo di formare conoscenze avanzate per il management destinato alla comunicazione interna ed esterna nelle imprese private, nella pubblica amministrazione, nelle organizzazioni non-profit; per la programmazione di piani di comunicazione integrata; per funzioni direttive nelle agenzie di comunicazione e pubblicità e nei centri media; per attività di comunicatore pubblico [da una fonte vicina vicina a Laura].

    La pregherei di concentrarsi sulle paroline in grassetto e non esclusivamente su comunicatore. C’è un notevole gap cognitivo da colmare, ma il confronto aiuta molto in tal senso! O anche un approccio etnografico alla comunicazione, nelle sue professioni / nei suoi corsi di laurea…

  3. Arrivo tardi su questo post ma apprezzo l’interesse. clicky mi dispiace ma trovo un’enorme difficoltà nel capire la tua risposta, specie “un approccio etnografico alla comunicazione” mi lascia perplessa. il mio concentrarmi su una singola parola, “comunicatore”, è motivato dal suo estenuante ripetersi nella maggior parte dei testi che ho letto a riguardo. il mio interrogativo si basa proprio non su una mia esclusiva ignoranza, ma al contrario su quella che secondo me è l’incapacità di molti studenti di scidecom di disegnare un profilo chiaro, preciso di quello che sarà il loro mestiere. l’altro post invece mi risulta molto più chiaro, ma mi pone altre domande… una delle cose che mi ha sempre lasciato maggiormente perplessa circa questo corso di laurea è la eccessiva eterogeneità degli esami da sostenere. qualcuno mi spieghi a cosa serve UN esame sul linguaggio Pascal, piuttosto che UN esame in economia o UN esame in diritto privato e via dicendo a chi studia scienze della comunicazione. Cosa può aggiungere al bagaglio culturale saper scrivere un programmino in Pascal che sommi due numeri? specie se questo percorso “informatico” si ferma lì? a prescindere dal fatto che oggi chi è che programma in Pascal…? Ma il punto non è questo, perchè posso capire che chi parte da zero ha bisogno di una base più semplice. Il punto è, basta questo misero esame perchè un laureato in scienze della comunicazione possa dire “io conosco l’informatica”? Ma di esempi ce ne sarebbero tanti. Allo stesso modo, studiare PARTE degli articoli della costituzione italiana non è sufficiente, a mio parere, per poter dire “io conosco il diritto”. ecco io sto facendo un discorso un po’ stupido, ma la realtà che ho osservato negli ultimi anni è questa, quella cioè di studentucoli alle prese con esami diversi, estremamente brevi ma soprattutto facilitati, perchè non ditemi che ci si può laureare a suon di test a crocette o domande a piacere, e tutto questo però è millantato come il più interessante corso di laurea del nostro paese, quello che ti offre un bagaglio culturale vasto, ricco, quando secondo me si tratta di un’infarinatura di tutto ma che si risolve in un nulla di fatto. non so se riesco a spiegarmi meglio. indubbiamente questo problema affligge molti altri corsi di laurea ed è comunque addebitabile a quella specifica politica universitaria, ma credo che il fenomeno sia molto diffuso.

    la mia opinione è che ci sia un cancro in italia e che le sue metastasi abbiano coinvolto già troppi settori. quello che rende un popolo facilmente malleabile è l’ignoranza, e in questo tentativo di renderci tutti più stupidi ci sono diverse strategie. una di queste è, secondo me, proprio la gestione universitaria degli ultimi anni. a fronte di tanta disoccupazione si da l’illusione a quei neodiplomati con poca voglia di studiare che ci siano dei percorsi universitari ricchi di prospettive. sono nati così quelli che io chiamo laureifici. e se ad essere coinvolta non è esclusivamente scienze della comunicazione, come credo, indubbiamente i suoi contorni ancora oggi (come scrivi tu stesso, paolo antonio) poco netti si prestano bene al gioco. forse è stata la facoltà che ne ha maggiormente pagato le spese, a volte anche senza ragione, perchè sono convinta che sia un percorso molto interessante se fatto però in CERTE università con una CERTA serietà. E la ragione per cui scienze della comunicazione è diventata così impopolare è proprio addebitabile a tutte quelle altre facoltà che quella serietà non la insegnano.

    la mia domanda sarà stata anche banale, ma il post sul quale l’ho espressa non era da meno.

    grazie paolo antonio per la tua delucidazione, spero me ne saprai dare altre a riguardo!

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