Professione RP. (l’essere), il fare, il sapere, il saper fare

Cosa significa essere relatori pubblici? È una domanda che prima o poi ci poniamo tutti, prima da studenti cioè da “professionisti in divenire” (o in sviluppo) e poi come professionisti a tutti gli effetti. Questa stessa domanda ha fatto da filo conduttore alla sessione pomeridiana del simposio che ha celebrato i primi dieci anni del Corso di Laurea in Relazioni Pubbliche dell’Università di Udine a Gorizia.

È toccato alla professoressa Renata Kodilja, docente di Psicologia delle relazioni, membro del direttivo Ferpi con delega ai rapporti con Uniferpi e al progetto Mentore, aprire la discussione dal tema: “Professione RP. Il fare, il sapere, il saper fare. Testimonianze dal mondo delle professioni.” [sul sito di Ferpi, trovate il resoconto completo dell’evento con tutti i video degli interventi].

Dalla sessione è emerso che essere un relatore pubblico implica aver acquisito delle competenze mediante dei percorsi formativi – che si compiono all’università e anche sul campo (attraverso tirocini ed esperienze di lavoro) – che forniscono strumenti metodologici e pratici (la famosa “cassetta degli attrezzi”) utili per compiere ulteriori approfondimenti specifici. Questi possono aprire, un domani, numerose porte verso la professione desiderata.

A sostenere questa visione c’era anche una nostra “vecchia” conoscenza, Marco Bardus, socio Uniferpi e laureato in Relazioni Pubbliche a Gorizia ora dottorando in comunicazione sanitaria nella Facoltà di scienze della comunicazione all’Università della Svizzera Italiana di Lugano. Nel suo intervento Marco ha voluto proporre una riflessione sul tema “essere, fare, sapere e saper fare RP”, offrendo spunti per orientarsi nel mondo del lavoro e nella professione delle Relazioni Pubbliche, ed elencando anche alcuni dei possibili sbocchi professionali che offre il Corso di Laurea.

Secondo Marco, per capire ciò che si vorrebbe fare “da grandi” occorre porsi alcune semplici, ma fondamentali, domande, riassumibili così:

  • Chi siete? (l’essere)
  • Che cosa fate? Che cosa portate? (il saper fare e il “bagaglio” del sapere)
  • Sì, ma quanti siete? (quante sono le diverse competenze o specializzazioni di ciascuno)

[E’ una parafrasi del passaggio del film “Non ci resta che piangere” con Roberto Benigni e il compianto Massimo Troisi ripreso in questo post]

Quando si sta per arrivare alla laurea (poco prima e poco dopo, in effetti), si arriva davanti a un bivio, a una scelta. E sono qui che nascono i dubbi. Il quesito esistenziale diventa quindi “scegliere la professione in base ai principi della ragione o in funzione dell’istinto?

Come consiglia Marco, la soluzione ideale è trovare un giusto compromesso tra i due elementi, cioè “cercare di scegliere tenendo presente i nostri obiettivi, passioni e interessi, ma con un occhio di riguardo anche verso la fattibilità pratica e la realizzabilità degli stessi obiettivi”. Un’ulteriore consiglio è riguardo la capacità di promuoversi (selfbranding), approccio che può aiutare a presentarsi nella maniera più adatta alle organizzazioni dove si vorrebbe andare a lavorare, per esempio. “Altra cosa importante – ha spiegato Marco – è capire che cosa potremmo portare di nostro in quell’organizzazione o, in altre parole, perché dovrebbero assumerci”.

Senza compiere un lavoro di riflessione su sé stessi (chiedendosi le fatidiche domande) si rischia di perdere l’orientamento. Ma niente paura, le soluzioni ci sono! Si possono trovare anche online.

Infatti, citando un post sul blog della PR canadese Maggie Kerr-Southin, Marco ha elencato le “carte” fondamentali che i futuri professionisti dovrebbero tenere in mano per giocarsi al meglio il proprio futuro:

  • studiare e avere un titolo di studio,
  • leggere, leggere, leggere,
  • mantenersi informati e in costante aggiornamento (Lifelong learning),
  • essere “spugne” per il sapere e cercare di apprendere nozioni negli ambiti più disparati
  • far parte di un’associazione professionale.

Occorre inoltre saper affinare le tecniche d’ascolto, essere flessibili, negoziatori, per poter creare fiducia e ottimizzare la qualità delle relazioni.

Secondo voi come relatori pubblici in erba quali sarebbero le conoscenze e le competenze di base che dovreste sviluppare per la vostra crescita professionale e culturale?

Che cosa state o stanno già facendo a riguardo? Come la pensate voi?

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3 commenti su “Professione RP. (l’essere), il fare, il sapere, il saper fare

  1. Pingback: Quale futuro per le relazioni pubbliche? Ecco la “cassetta degli attrezzi” « UNIFERPI

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