Colà dove si puote ciò che si vuole.

Leggo i giornali, cambio i canali, digito nuovi URL e l’unica cosa che vedo qual è?

Si può fare o Yes we can.

C’è bisogno di qualcuno che dica che cosa si può e che cosa non si può fare; di qualcuno che guidi un gregge scomposto e inconcludente. Qualcuno che (e non lo invidio) si prenda la briga di gestire la beghe di un Paese (qualsiasi Paese) che si è messo da solo in una posizione più che critica, vivendo sopra le righe, convincendosi di poter fare qualsiasi cosa, comprare qualsiasi cosa, assumere qualsiasi cosa, tanto prima o poi…

…quel poi è arrivato, ma è stato diverso dalle aspettative. Ci si è resi conto che quello che si riteneva di poter fare, in verità, non era fattibile ed è dura poi tornare al buon senso ed alla moderazione quando si è ecceduto per così tanto tempo.

Cosa è la povertà?
Siamo sicuri che l’Italia sia un Paese povero così come si vocifera? Da che cosa si misura la povertà? Dal numero di beni e servizi acquistabili, dal soddisfacimento delle esigenze primarie o da altro? E cosa sono diventati i bisogni primari? Certamente non più quelli di Maslow e soci.
Non da noi.

Qualcuno dice che il superfluo è indispensabile. A questo punto, a rigor di logica, nulla è più indispensabile, nulla è più superfluo, tutto è indistinto e le scale di valori e di priorità sono cancellate.
L’allarme è alla stagnazione dei mercati.
Eppure mi sembra ragionevole che, ad un certo punto, non si possano più riempire la casa e la bocca di oggetti e di cibo. Da una parte si spinge al consumo, dall’altra si lamenta la difficoltà di smaltimento di rifiuti e calorie.

Emerge il trend del consumo etico e responsabile, quello della moda sostenibile, quello del GAS (gruppi di acquisto solidali), della spesa a km zero, un ritorno alla razionalità. Ma il consumatore postmoderno è per definizione infedele e volubile ed allora si presta a comportamenti di spesa strani.
Crollano i consumi alimentari a causa del caro-grano; crescono quelli dei beni di lusso (e iperlusso).

E’ un consumatore che ritorna ad essere razionale, dicono (e da qui consumerismo e via dicendo), ma che si indebita per andare in vacanza e che sempre più gioca alla lotteria sperando nella dea bendata, che veramente non ci vede proprio né si vede in circolazione.

Ci si sente poveri, meschini, “impossibilitati ad andare tre volte a settimana al ristorante e costretti ad andare solo al sabato sera in pizzeria“. Povere stelle!

C’è qualcosa che, sinceramente, non mi torna.

La gente si convince di non poter più fare (qualcosa).
Di non avere più le risorse, le forze, la voglia di prendersi una responsabilità di cambiare lo status quo e reindirizzare la rotta deviata dalle correnti a causa della mancanza del capitano al timone (e di qualche momento di bonaccia).

Ed allora ecco che emergono i vari politici che, in una lingua o nell’altra, tornano a cercare di mettere nella testa della gente che “si può fare, sì, noi possiamo”.
Possiamo in senso lato, per una sorta di superiorità presunta della razza umana
Poco importa se c’è qualcuno che DAVVERO sta facendo, ma che non lo urla ai quattro venti. E’ la differenza fra l’anatra e la gallina, come diceva Henry Ford.

E qual è il punto di vista delle relazioni pubbliche? Il semplice appoggio ad un candidato politico piuttosto che ad un altro?
No. Certamente no!

La moralizzazione, la responsabilizzazione, l’aiuto ad un processo di cambiamento che sia prima di tutto interiore, profondo, etico, sostenibile, sociale. In cui nuovamente l’individuo, la collettività, il benessere siano al centro e non più la speculazione e l’assenza di buon senso, non più i lustrini a tutti i costi o l’emulazione forzata per trovare un’identità che si è incapacei di costruirsi da soli.
In cui l’economia guida sia la soft economy, quella economia nella quale il valore guida diventi il benessere globale e lo stakeholder principe sia l’interesse generale (citando Fabio Ventoruzzo).
La funzione dei relatori pubblici postmoderni è forse quella di accompagnare la società verso un nuova era in cui sia fatto ordine fra le priorità ed in cui gli individui siano nuovamente educati (funzione formativa?) alla creazione ed al consolidamento dei propri valori, non imposti dall’esterno in modo asettico, ma sentiti interiormente.
Ed educare all’azione, non al delegare agli altri la responsabilità di trovare delle soluzioni che comunque saranno sempre contestate perché “così come è andesso non va bene, ma quella proposta proprio no!
A cosa serve?

Ed allora ben venga, se qualcuno dice: “sì, possiamo”.
Che sia però capace di definire cosa è questo X fattibile ancora troppo indefinito.
E che sia poi però in grado di realizzarlo.

In alternativa, per risolvere i gravi problemi delle famiglie del mondo postmoderno, forse sarebbe sufficiente un corso di cucina.

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