Ricerca & relazioni pubbliche: “guardare sempre al futuro con l’esperienza del passato e gli occhi del presente”

chiara valentini Su questo blog parliamo sempre della professione RP e di tematiche relative a essa, ma finora abbiamo parlato poco degli aspetti accademici e della ricerca nel settore. Per farlo vi proponiamo una succosa e interessante intervista – da leggere tutta d’un fiato! – a Chiara Valentini (ecco il profilo su Linkedin), 29enne esperta in relazioni pubbliche e ricercatrice, che ha conseguito da pochissimo un dottorato in comunicazione d’impresa e relazioni pubbliche all’Università finlandese di Jyväskylä. Chiara è anche autrice, assieme a Toni Muzi Falconi, della ricerca sul rapporto tra giornalisti e relatori pubblici, di cui avevamo già parlato sul nostro blog.

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Ciao Chiara, prima di tutto complimenti per l’importante traguardo raggiunto! Dopo esserti laureata in Relazioni pubbliche a Gorizia, hai scelto di proseguire il tuo cursus studiorum all’estero. La prima domanda che viene in mente è: perché o per quali ragioni hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

Credo che la prima motivazione che spinge una persona ad intraprendere la strada della ricerca è una buona dose di curiosità e voglia di conoscere. La seconda è la possibilità di diventare più competitivi nel mercato del lavoro, in quanto maggiori conoscenze combinate con una predisposizione, sviluppata anche attraverso la ricerca, ad essere più analitici ed oggettivi, aiutano a diventare un buon manager e un ottimo stratega. Quando decisi di iniziare il dottorato di ricerca, lo feci principalmente per queste due motivazioni: volevo conoscere meglio il mondo delle RP e dall’altro volevo essere più competitiva dei miei colleghi italiani.

Condivido con te questa impostazione e ci credo molto. Per curiosità: che cosa ti ha portato in Finlandia?

In verità in Finlandia ci sono arrivata attraverso il programma Leonardo: subito terminata la mia laurea sono partita per 6 mesi per la Finlandia per un’esperienza di lavoro, esperienza che tra l’altro si è prolungata di altri 3 mesi. Durante il periodo in Finlandia ho iniziato a riflettere su ciò che avevo fatto, sulle prospettive che mi si aprivano davanti e su ciò che avrei voluto fare/essere. Decisi dunque di proseguire i miei studi e iniziai a informarmi principalmente sul web dei vari sistemi universitari, non solamente quello finlandese. Scelsi infine la Finlandia per svariate ragioni:

  1. La Finlandia, secondo lo studio PISA dell’OECD degli ultimi 8 anni, è uno dei paesi con i più alti risultati nell’educazione. Questo, naturalmente, non è direttamente correlato con i finlandesi per se, ma dipende dal sistema d’istruzione che è efficace e di alta qualità. Sebbene questo studio si riferisca agli studenti delle scuole dell’obbligo, il sistema universitario è molto simile per qualità e preparazione, e dunque fare un dottorato in Finlandia assicura una preparazione che è riconosciuta internazionalmente.
  2. In Finlandia la domanda e poi l’accettazione a iniziare un dottorato non segue un sistema di concorso pubblico come in Italia, ma dipende dalla decisione del comitato di facoltà sulla proposta che il candidato presenta e naturalmente al suo curriculum studiorum. Il dottorato può quindi essere iniziato anche in altri periodi dell’anno accademico. Inoltre non seguendo il sistema del concorso pubblico, cade anche l’obbligo di dover svolgere una ricerca su un tema non scelto da te. Il fatto di poter scegliere il proprio progetto di ricerca e come svilupparlo è un plus del sistema finlandese.
  3. L’istruzione in Finlandia, anche quella universitaria, è gratuita. Una volta passato il test di entrata per la laurea, o la valutazione del comitato di facoltà per il dottorato, sei ufficialmente registrato e non devi pagare nessuna tassa d’iscrizione.
  4. Un altro vantaggio è la possibilità di poter fare il dottorato in inglese- tutti in Finlandia parlano almeno un pò di inglese- e nell’ambito accademico il livello di conoscenze linguistiche è molto elevato, tant’è che è possibile scrivere la propria tesi anche in altre lingue, se il supervisore della ricerca le conosce.

Questi sono stati, a mio avviso le principali ragioni della mia scelta. A queste, aggiungerei anche l’ambiente universitario molto “friendly & informal“, le fantastiche biblioteche super fornite di testi, la possibilità di seguire lezioni e corsi tenuti da esperti di tutte le parti del mondo, l’alto livello e disponibilità di ICTs dappertutto, ecc.

Consiglieresti l’università di Jyväskylä a chi volesse seguire il tuo percorso?

Sì certo! Non solamente perché l’Università di Jyväskylä è l’unica che propone un programma completo in Organizational Communication and Public Relations, ma anche per la sua qualità e per la professionalità dei suoi insegnanti.

Altre università reputate che offrono corsi in RP, sebbene siano principalmente focalizzate in comunicazione di massa e/o giornalismo, sono l’Università di Helsinki e l’Università di Tampere.

Quali sono state le difficoltà che hai dovuto affrontare?

Iniziare un dottorato di ricerca è sempre un po’ difficile all’inizio, soprattutto se non si è pronti a passare da un sistema studio-esame a uno più autonomo di lavoro/progettazione. Fare un dottorato non è come decidere di prendere la laurea. Bisogna essere allo stesso tempo insegnanti di sé stessi e studenti. Bisogna essere creativi, sperimentare nuovi metodi e applicare/modificare teorie. Allo stesso tempo bisogna capire i propri limiti e valutare cosa fare per colmare le lacune.

Al di là dell’approccio, fondamentalmente diverso dal sistema “laurea” e che dunque potrebbe portare dei problemi iniziali di adattamento, un altro problema è la ricerca dei fondi. A tale riguardo gli studi sociali e umanistici, in cui solitamente rientrano i corsi in comunicazione e RP, sono un po’ svantaggiati rispetto agli studi di scienze naturali o tecnologici. Anche nel mio caso è stato difficile recuperare dei fondi, in quanto in Italia non vi sono praticamente possibilità di ricevere borse di studio per studi all’estero, se non si è affiliati a un’università italiana. In pratica i fondi sono relegati nell’università e sono svincolati dal candidato. In Finlandia, invece, i fondi sono generalmente rivolti ai dottorandi finlandesi anche se questi sono affiliati a un’università estera. Nel mio caso, come in molti altri, gran parte del mio dottorato è stato finanziato da lavori part-time che ho fatto per il Dipartimento, ma anche per organizzazioni/istituzioni finlandesi.

Quali sono state le tue più grandi soddisfazioni?

La prima e più grande soddisfazione è quella personale, ovvero l’aver acquisito delle conoscenze e una preparazione che forse all’inizio non mi sarei aspettata. Ciò che il dottorato mi ha dato è stato molto di più di un titolo: un modo di pensare e affrontare i problemi e le sfide che ogni giorni ciascuno di noi si trova davanti, siano queste di natura pratica che di natura più teorica e complessa.

Altre soddisfazioni sono state la possibilità di conoscere e collaborare con importanti ricercatori e professionisti delle RP, e dunque in senso lato di allargare il mio network di conoscenze; pubblicare in riviste internazionali, e in un certo senso vedere confermati i miei studi della comunità scientifica internazionale; la sensazione di far parte di una comunità di esperti che tentano in un modo o nell’altro di promuovere e portare avanti dei cambiamenti in vari ambiti della società.

Concluderei il concetto dicendo questo: fare ricerca significa guardare sempre al futuro, il più lontano possibile, con l’esperienza del passato e gli occhi del presente.

Bella frase, credo che riassuma perfettamente quello che intendi. Anzi, te la frego per inserirla come titolo di quest’intervista! Tornando a noi, ora che cosa ti si prospetta? Che cosa intendi fare?

Sono convinta che avere il dottorato di ricerca non significhi automaticamente intraprendere la carriera universitaria. Ci sono molti esempi di illustri dirigenti, direttori o importanti personaggi che mostrano come essere dottore di ricerca non sia necessariamente sinonimo di persona teorica e astratta. È possibile dunque intraprendere una carriera professionale con le conoscenze e la preparazione del dottorato. Al momento mi trovo in una situazione di valutazione, ovvero sto verificando diverse possibilità sia professionali che accademiche in vari paesi ed anche in Italia.

Di una cosa sono sicura, qualunque sia la mia strada non lascerò completamente la ricerca ma continuerò a sperimentare, provare e verificare proprio perché per natura sono molto curiosa e mi piace capire e conoscere cose nuove.

Non si sente parlare spesso di ricerca nel nostro settore. Secondo te, perché?

Ci sono vari motivi per cui non si sente molto parlare di ricerca nel nostro settore in Italia. Primo, fra tutti ci sono ancora poche persone che fanno ricerca in questo settore e queste hanno difficoltà a farsi ascoltare. Secondo, in Italia, le relazioni pubbliche sono ancora principalmente attività tecniche più che strategiche.

A esclusione di alcune realtà, che risentono dell’influenza internazionale, gran parte dei relatori pubblici si occupa principalmente di ufficio stamp e relazioni con i media, organizzazione di eventi e promozione di servizi o prodotti. Il fatto di svolgere principalmente attività tecniche piuttosto che strategiche, potrebbe essere sia una conseguenza che una causa della scarsa ricerca in RP.

C’è una tendenza a privilegiare il ruolo “operativo” del relatore pubblico a scapito di quello strategico, come si evince leggendo Grunig (o quello che si scrive di questa distinzione nellarticolo di Vecchiato sul sito Ferpi), ma cosa intendi nello specifico?

Mi spiego meglio: la ricerca nelle RP dovrebbe servire per migliorare sia le pratiche tecniche di RP, ma soprattutto dovrebbe fornire input per tutte le attività di tipo strategico/manageriale.

Se la intendiamo come causa, una scarsa ricerca nelle RP determina e consolida l’idea che forse non c’è poi così bisogno di investire in ricerca in questo settore, ma piuttosto di avere persone con diverse esperienze pratiche per svolgere bene la nostra professione.

Se la intendiamo come conseguenza, allora è la generale tendenza a svolgere solamente attività tecniche a far pensare che non è poi così necessaria la ricerca in questo settore. Sia intesa come causa o come conseguenza, la scarsa ricerca nelle RP è un terribile male per la nostra professione.

Un altro problema è la mancanza di una vera connessione tra mondo professionale e mondo accademico. La mancanza di dialogo porta ad avere una ricerca forse ancora troppo teorica e astratta e così poco adatta a un utilizzo concreto. Questi sono alcuni dei principali problemi che il sistema italiano deve affrontare.

Quali prospettive per la ricerca nel campo della comunicazione e delle RP in Europa?

L’auspicio sarebbe di poter creare una sinergia tale, che ad un problema del mondo professionale possa corrispondere una proposta innovativa sviluppata dalla ricerca. Le relazioni pubbliche, in quanto “applied science”, dovrebbero dunque essere in grado di creare modelli e pratiche applicabili a casi concreti, un po’ come succede nelle scienze naturali. Inoltre sarebbe auspicabile una maggiore cooperazione internazionale, perché, come si sa viviamo in a “globalised world” ed i problemi e le questioni in comunicazione e relazioni pubbliche molto spesso non hanno confini nazionali. Imparare dalle esperienze altrui e collaborare per un modello di pratica internazionale è una possibile risposta ai fenomeni del nostro tempo.

E l’Italia?

L’Italia rispetto a molti altri paesi europei è un po’ indietro sia per quanto riguarda il riconoscimento professionale e la posizione delle relazioni pubbliche nella società, sia per quanto riguarda la quantità e qualità di ricerca disponibile. Sono rari gli studi in RP che varcano il confine nazionale, e questo, devo dire è un grosso peccato.

Cosa ti auguri al nostro paese?

Il mio augurio per l’Italia sarebbe quello di vedere aumentare il numero di dottori di ricerca in comunicazione e RP e allo stesso tempo un aumento del riconoscimento da parte del mondo professionale dell’utilità e funzione che la ricerca in questo settore può apportare al mondo professionale. In pratica, più esperti ed anche più sinergia tra i due mondi. Fino a quando i manager di importanti aziende considereranno le relazioni pubbliche come attività puramente tecniche, non sarà possibile apportare molto cambiamento a livello di gestione aziendale. La ricerca potrebbe essere dunque il punto di partenza per spingere questa giovane professione verso una maggiora influenza strategica.

Grazie per la tua grande disponibilità e arrivederci alla prossima occasione!

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6 commenti su “Ricerca & relazioni pubbliche: “guardare sempre al futuro con l’esperienza del passato e gli occhi del presente”

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