Ti conosco da una vita, ma non so che lavoro fai

Nobody knows me

Così si potrebbe riassumere il concetto dell’incomprensione tra i giornalisti e i relatori pubblici. I primi dimostrano di non sapere che cosa facciano i secondi, benché le due professioni siano in stretto contatto. E’ quanto emerge dalla ricerca promossa da FERPI e da FNSI e condotta da Chiara Valentini e Toni Muzi Falconi, che era stata annunciata e promossa tempo fa anche su questo blog.

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Riportiamo di seguito la sintesi della ricerca, curata dagli stessi autori. Il testo completo è in allegato a questo post in formato PDF.

Lo scopo dell’indagine era quello di analizzare, comprendere e razionalizzare come i giornalisti e i relatori pubblici percepiscono e valutano le proprie e reciproche professioni, come considerano i propri ruoli, metodi di lavoro e relazioni nonché la loro opinione sull’informazione presente nei media italiani.

Basata su 562 questionari (il campione è composto da 317 giornalisti e 245 relatori pubblici), l’indagine è stata svolta da marzo a ottobre 2007, con il supporto di FERPI (Federazione Italiana Relazioni Pubbliche) e FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) e ha fatto emergere come i giornalisti pensino ai relatori pubblici come organizzatori di eventi e di addetti stampa o alle media relations.

Infatti, come si legge nel documento di sintesi:

La maggior parte dei giornalisti, infatti, crede che le relazioni pubbliche siano principalmente relazioni con i i media per conto dell’organizzazione per cui i relatori pubblici lavorano, servano ad ideare e organizzare eventi capaci di attirare l’attenzione e la partecipazione dei pubblici influenti ed ad elaborare e fornire informazioni sulle caratteristiche dei prodotto o servizi dell’organizzazione per cui lavorano.

Al contrario, i relatori pubblici pongono ai primi tre posti della loro autodescrizione, il ruolo di creare, consolidare e sostenere i sistemi di relazione fra organizzazione per cui lavorano e i principali pubblici influenti; di assistere l’organizzazione nel migliorare la qualità delle sue decisioni ascoltando e interpretando le aspettativa dei pubblici influenti; e solamente al terzo posto di curare il rapporto con i media per conto dell’organizzazione per cui lavorano.

Trovo interessante anche il dato emerso sull’opinione dei giornalisti e dei relatori pubblici riguardo i media sociali: i primi più dei secondi credono che i social media abbiano reso difficile il controllo di autenticità delle informazioni trasmesse. Questo aspetto, chiaramente è più sentito dai giornalisti, che sono maggiormente chiamati a controllare le fonti delle informazioni, ma riguarda anche “chi produce informazione”.

Mi sorgono diverse domande e quesiti sul perché ci sia ancora un’idea stereotipata della professione di relatore pubblico. Eppure con i giornalisti i relatori pubblici hanno a che fare quotidianamente… cosa ne pensate?

Sintesi Dei Risultati

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5 commenti su “Ti conosco da una vita, ma non so che lavoro fai

  1. Mi ha colpito un passaggio del testo della ricerca:

    “I risultati della sezione tematica relativa alla regolamentazione delle relazioni pubbliche mostrano come per la maggior parte dei relatori pubblici sia più importante, piuttosto di una regolamentazione, istituzionalizzare la professione attraverso il suo riconoscimento giuridico, e far conoscere nella società il ruolo e le funzioni della professione perché vengano percepite come credibili e legittimate, mentre i giornalisti sono tendenzialmente poco d’accordo con questa idea.”

    Forse la questione è proprio qui, nel fatto che ci vorrebbe un riconoscimento ufficiale della professione, per farla uscire da quella nebulosa nella quale si trova attualmente.
    Intendo dire che per molte persone, non solo per i giornalisti, è poco chiaro quello che facciamo e la professione è ridotta all’organizzazione di eventi ed all’attività di media relations.
    Può darsi che la responsabilità sia anche di chi, non si sa bene come -forse perché ha organizzato bene una cena di Capodanno? (perdonate il cinismo)- si improvvisa relatore pubblico (o meglio, visto che si improvvisa, lo chiamerei “pubblico relatore” ;-)) e si dedica a quelle due attività.

    Un buon numero di ricerche evidenzia come le RP soffrano della scarsa professionalità dei loro addetti, proprio perché si inseriscono, nella famosa nebulosa, personaggi che sono PR e non RP.

    Al primo posto i comportamenti effettivi, certo.
    Tuttavia, istituzionalizzare, iscrivere in una sorta di albo i professionisti, a seguito di adeguati accertamenti, sono dell’idea che aiuterebbe a chiarire molti aspetti della professione, a specificare “chi siamo-cosa facciamo-come-perché” ed a cancellare gradualmente il pregiudizio.
    Lo scopo (uno degli scopi) di FERPI, dopo tutto!

    E per concludere, tornando al pregiudizio è pur sempre una euristica, di una scorciatoia mentale. Cosa c’è di più comodo dell’abitudine?

  2. L’iscrizione all’albo corrisponde all’iscrizione a Ferpi, molto selettiva nel rilasciare le tessere. Dubito che le cose cambierebbero molto.

    Bisognerebbe promuovere la figura del relatore pubblico come consulente di comunicazione. Magari chiamarlo proprio così cambierebbe le cose! 🙂

    Purtroppo il connubbio PR/discoteca è indissolubile. La gente poi, è convinta che le public relations riguardino solo il rapporto col pubblico in carne e ossa: strette di mano, sorrisi, festicciole.

    I più colti, tra questi metto i giornalisti, considerano il relatore pubblico un portavoce che sa come sfuggire alle domande perfide.

    Nessuno pensa che si tratti di gente che ha studiato per fare questo lavoro, che esistono bibilioteche di testi sull’argomento, che esistono diversi rami del settore, che l’aggiornamento professionale è d’obbligo.

    Credo che il lavoro di Uni>Ferpi nelle università italiane sia prezioso a tal fine. Tuttavia resta insufficiente se pensiamo che i futuri laureati in economia o scienze per la pubblica amministrazione, continueranno ad avere un’idea piuttosto vaga del professionista RP. Forse dovremmo inventarci qualcosa per farci conoscere anche all’interno delle altre facoltà.

  3. Purtroppo Ferpi rappresenta solo una piccolissima percentuale di coloro che esercitano la professione, e soprattutto non è conosciuta all’interno delle aziende, che continuano a utilizzare consulenti di comunicazione (che siano dipendenti o agenzie non cambia molto) di scarsa competenza. E siccome sono generalmente insoddisfatti dei risultati ma non sono in grado di valutare le differenze tra professionisti qualificati e non, tendono poi a fare di tutta un’erba un fascio.

    Il problema, purtroppo, è che quelli scarsi nella professione del comunicatore sono generalmente molto versati in quella del venditore (della serie, frigoriferi agli esquimesi).

    E’ facile trarre le conclusioni di tutto questo. Spiace dirlo nella casa di quelli che vogliono diventare dei bravi comunicatori.

  4. A mio avviso il riconoscimento professionale sulla falsariga del CIPR inglese potrebbe essere la soluzione… Non bisogna far capire solo al mondo dei media che cosa siamo, che cosa e come facciamo, perché anche le aziende e gli enti pubblici devono capire che cosa significa essere relatori pubblici “certificati” dalla FERPI. Essere parte di un’associazione professionale potrebbe dare il valore aggiunto ai professionisti che si pongono sul mercato, distinguendo dalla massa di “furbetti” che va a vendere frigoriferi al polo nord.

    Qualità, signori, qualità!

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