La felicità è (davvero) una merce favolosa

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«Più se ne dà e più se ne ha», diceva Blaise Pascal, spiegando il concetto di felicità, una contagiosissima “merce favolosa” che riuscì a “convertire”persino il teorico del pessimismo Arthur Schopenhauer.

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“La felicità è una merce favolosa” è stato scelto da Pubblicità Progresso come titolo della Terza conferenza internazionale della comunicazione sociale, svoltasi a Milano il 22 e il 23 novembre scorsi. Titolo quanto mai azzeccato per una conferenza che ha messo in luce l’importanza dell’emozione e del valore della relazione che deve essere creata per poter fare una comunicazione sociale efficace.

Questi sono alcuni degli aspetti salienti emersi durante la conferenza: non basta più solamente informare, comunicare o parlare di temi e problemi sociali, ma bisogna saper coinvolgere, andare a fondo, badare alla qualità e al contenuto dei messaggi e non solo all’impatto. Non servono a molto le informazioni sulla pericolosità e sulle conseguenze del fumo o dell’abuso di alcol se poi non ci si preoccupa di capire e di cercare di risolvere i problemi che stanno alla base di questi abusi. Anche il mondo della pubblicità e della comunicazione commerciale sta scoprendo valori sociali, indice di un impegno che va oltre le normali aspettative di un’organizzazione profit-oriented.

In questo commento a margine dell’evento, senza ripetere le cronache che altri hanno già scritto a riguardo, vorrei cercare di riassumere le impressioni che ho provato e condiviso con le mie compagne dell’Università di Udine a Gorizia e con gli altri studenti di altri cinque Atenei italiani (Catania, Sassari, Teramo, Torino sede di Ivrea e Varese) partecipanti al progetto “Il volto nuovo della comunicazione sociale”. Tanti sono stati, infatti, i progetti selezionati da Pubblicità Progresso e presentati in occasione della tavola rotonda del 23 novembre.

Per la terza edizione della conferenza l’organizzazione aveva pensato di coinvolgere le università italiane attraverso un progetto che prevedeva una riflessione sulla comunicazione sociale e sui temi sociali più importanti e un’analisi di una campagna esistente con l’eventuale elaborazione di soluzioni strategiche alternative.

Ci tengo particolarmente a sottolineare il valore di questa iniziativa, perché non è né banale né usuale mettere insieme il mondo accademico e quello dei professionisti della comunicazione usando una formula simile. È doveroso quindi ringraziare sentitamente gli ideatori del progetto, la Fondazione Pubblicità Progresso e tutti quelli che si sono adoperati per l’organizzazione della tavola rotonda finale. Grazie a nome del mio gruppo e dell’Università che ho avuto il piacere e l’onore di rappresentare per averci dato l’occasione e l’opportunità di affrontare certi temi, lavorando sul una campagna per la donazione del sangue, voluta da tutte le associazioni di donatori della nostra regione.

Trovo sia fantastico confrontarsi con studenti che provengono da regioni differenti, che vivono esperienze e studiano argomenti simili, ma usando approcci anche profondamente diversi. Infatti è stato molto bello e interessante vedere come i sei elaborati finali (selezionati da un totale di circa 300, provenienti da una trentina di Atenei italiani), abbiano presentato differenze sostanziali: c’è chi si è concentrato sull’analisi strategica e chi ha prediletto la parte “creativa”. Però a tutti è stato dato lo stesso spazio e lo stesso tempo per presentare le diverse campagne.

Diverse sono state anche le risposte relative ai “temi caldi” della comunicazione sociale, indice delle differenze di sensibilità delle diverse aree del Paese verso problemi e tematiche sociali: l’ambiente, l’integrazione dell’altro, i disturbi alimentari, l’abuso di alcol, la donazione di organi e sangue, il problema della mancanza dell’acqua ecc.

Malgrado queste differenze, durante la tavola rotonda è emerso in modo preponderante quello che si può definire il filo conduttore dell’intera conferenza: il valore della relazione. Anche nell’ambito della comunicazione sociale, l’approccio relazionale, distintivo di certe professionalità, potrebbe dare quel valore aggiunto alla comunicazione sociale stessa appunto perché mette al centro le persone e la relazione con loro.

I problemi sociali riguardano da vicino la sfera individuale, privata e intima. Trascurare questo aspetto significherebbe non tenere in dovuta considerazione la persona e il valore che ciascuno rappresenta.Da quasi tutti i relatori della conferenza sono state molto criticate le campagne-shock (per es. quella sull’anoressia di un discutibile Oliviero Toscani), in grado di suscitare emozioni forti ma negative, incapaci di trasmettere con efficacia i messaggi.

Invece i messaggi positivi che vanno a toccare le corde dell’emotività delle persone, andando nel profondo, sono molto più efficaci e coinvolgono maggiormente le persone, perché non suscitano paura, disprezzo o disgusto, emozioni che implicano la fuga, il distacco o la rimozione.

In questo modo è possibile scoprire, ma sarebbe più corretto dire ri-scoprire, il volto nuovo della comunicazione sociale: la felicità.

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