“Professionisti in sviluppo o ricercatori di posto”?

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Ho atteso prima di pubblicare questo post. Ho voluto prendere un po’ di tempo per riflettere su quanto detto e sentito in occasione dell’evento organizzato da Formaper e FERPI il 22 Ottobre (lo avevamo segnalato in un post precedente).

Dal posto fisso alla professione. Si è voluto analizzare e valutare un trend emergente del mercato professionale. Flessibilità, dinamismo e responsabilità divengono le parole chiave: il professionista deve essere in grado di adattarsi e di evolversi insieme al contesto di riferimento, di utilizzare in maniera dinamica gli strumenti a disposizione e di maturare un senso di resposabilità nei confronti della professione, dei propri collaboratori e di se stessi. Non è semplice, ma nemmeno impossibile.

Il convegno ha inizio. Vengono lanciate sul tavolo parole, mine vaganti: precariato, flessibilità, posto fisso, sogno, professione libera e indipendente, scontro generazionale

Cambiano le modalità di ingresso e di permanenza nel mondo del lavoro. Da un lato i giovani studenti sono combattuti tra il desiderio di realizzare i propri sogni svolgendo una professione appagante e la necessità di ottenere un posto stabile e duraturo. Dall’altro i professionisti già affermati osservano il proprio posto fisso assumere contorni sempre più labili e cercano di individuare l’atteggiamento corretto per affrontare il cambiamento. Non sono gli uni contro gli altri. Tutti vivono la medesima trasformazione: la cultura del posto fisso lascia spazio a quella della professione. Non importa dunque l’età, almeno questa è l’opinione dei relatori. E’ necessario avere capacità di reinventarsi, di adattarsi e rimanere al passo con i tempi.

Così come ha sottolineato Luca in un commento al precedente post, la discussione potrebbe coinvolgere molte categorie professionali, ma lunedi l’attenzione è stata rivolta al ruolo del comunicatore.

Essere comunicatori oggi.  Negli ultimi dieci anni la figura del comunicatore presente nelle aziende ha vissuto un’evoluzione non indifferente. Così come sottolinea il prof. Emanuele Invernizzi, oggi la maggior parte delle imprese possiede una direzione comunicazione. Questo significa che il professionista assume un ruolo strategico nella gestione del business. La figura professionale richiesta deve possedere, pertanto, competenze basi e specifiche adeguate a fronteggiare le evenienze. Come ha ben colto Sarah “per poter capire l’evoluzione del mercato del lavoro e non sprecare queste risorse, bisogna andare oltre la classica dicotomia flessibile vs precario e oltre la contrapposizione tra posto fisso e posto a tempo determinato”.

In soldoni però un giovane cosa deve fare? La risposta è racchiusa in quelle tre parole: flessibilità, dinamismo e responsabilità.

Gli studenti hanno due possibilità. In alcuni casi possono decidere di vivere l’università in maniera passiva, di lasciarsi trascinare dagli eventi e una volta ottenuta la laurea muoversi alla ricerca di una qualsiasi occupazione insieme a molti altri, senza distinguersi. Questi sono i cosiddetti “ricercatori di posto“.

In altri casi gli studenti possono invece scegliere con razionalità, mantenere un contatto costante con la realtà professionale, applicare quanto appreso e decidere in maniera consapevole il proprio percorso formativo. Questi saranno “professionisti in sviluppo“. Bella sfida, ma è l’atteggiamento che fa la differenza.

Giorgio D’amore, presidente giovani imprenditori di Assolombarda, pone una domanda interessante: “Se vi fosse offerto un lavoro rischioso ma altamente competitivo e uno sicuro ma ripetitivo e poco stimolante, voi cosa scegliereste? Molti ironicamente sottovoce hanno detto: “ma magari mi offrissero un lavoro qualsiasi”. In realtà il messaggio è più sottile: il rischio contiene in sè la possibilità.

Il convegno “Dal posto fisso alla professione: essere comunicatori oggi” ha sancito la nascita di un nuovo strumento a supporto della libera professione del comunicatore. “Per chi vuole mettersi in proprio e fare della comunicazione una professione, grazie all’intesa firmata tra Formaper e FERPI, nasce lo Sportello “Nuova Impresa RP”, allo scopo di forinire un servizio pratico e gratuito che sia di supporto agli aspiranti imprenditori e ai lavoratori autonomi per avviare attività nel settore della comunicazione e per aiutarli ad affermarsi sul mercato”. Questo è quanto espresso sul comunicato stampa rilasciato dalla Camera del Commercio che riporta dati e informazioni utili.

Ecco tutto quello che mi è rimasto. Probabilmente molti argomenti di interesse per i giovani studenti universitari non sono stati affrontati in questa sede. Tuttavia credo che il valore aggiunto del convegno sia stata la capacità dei relatori di non gettare parole al vento, ma di proporre analisi, resoconti e punti di vista dettagliati di una realtà così vicina a noi professionisti in sviluppo.

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4 commenti su ““Professionisti in sviluppo o ricercatori di posto”?

  1. Ringrazio, anzitutto, Grazia per l’interessante resoconto dell’evento che già prima del suo inizio aveva dato spazio a perplessità e stimoli discussi in un’ottica di previsione.

    Leggendo il tutto sono due i punti che mi rimangono impressi:

    1) lo studente può scegliere se appartenere alle due categorie alias “ricercatori di posto”, “professionisti in sviluppo”.
    La maggioranza è indirizzata alla prima classe sociale questo è un dato di fatto.
    Forse le motivazioni non sono esclusivamente da ricercare nell’individuo, ma nel contesto accademico circostante. A tal proposito vorrei sapere da te se si sono analizzate possibili cause o se comunque si è andato a toccare quest’argomento.
    Non mi piace essere ripetitivo, ma anche in questo appuntamento si è quindi evidenziato che il valore aggiunto dato da un’associazione, quale Ferpi che mette a disposizione una sezione studentesca apposita, permette di distinguersi dalla massa sia in fase di sviluppo personale che professionale.

    2)il mercato si orienta comunque nel ruolo del comunicatore quale un imprenditore di sé stesso sempre in grado di adattarsi a situazioni, stimoli e progetti nuovi.

    Vero: in molte organizzazioni a differenza di 10 anni fa ora il ruolo è ricoperto da una figura specializzata.
    Tuttavia mi permetto di affermare che il contesto sovrano in Italia è della PMI: ciò richiede quindi un professionista che venga dall’esterno.
    Inoltre vorrei far notare che ogni grande azienda che ha la fortuna di poter contare su un dipendente comunicatore alle spalle si appoggia sempre e comunque ad un’agenzia di RP evidenziando quindi che non basta il professionista dipendente a livello generale ma della rete di professionisti.

  2. Credo sia doveroso richiamare la news del sito FERPI: “A Milano nasce lo sportello “Nuova impresa RP” e che riguarda l’evento in questione: http://www.ferpi.it/news_leggi.asp?ID=44883

    Un paio di appunti. Sono d’accordo con quello che sottolinea Grazia: è l’atteggiamento che fa la differenza, più che il mercato (a parte che non oso avventurarmi nella questione perché la realtà italiana è così varia che non me la sento, senza adeguatamente informarmi sull’entità dei numeri, dare un giudizio a riguardo).

    Alla domanda se mi fosse offerto un lavoro rischioso, ma altamente competitivo e uno sicuro, ma ripetitivo e poco stimolante, io risponderei “dipende”. Non perché non abbia in testa una mia risposta, ma perché l’inclinazione al rischio è soggettiva. Essere imprenditori di sé stessi non è una cosa facile, non è per tutti. Come non è per tutti lavorare in gruppo o darsi da fare per gli altri in modo spassionato.
    Ognuno dovrebbe poter ricavare la sua nicchia nel mondo del lavoro in base al suo modo di fare, ma soprattutto in base al suo modo di essere. L’indole fa la differenza, a mio parere, ma conta il darsi da fare. Chi si ferma è perduto o, come diceva Igor Righetti qualche anno fa, “chi sbaglia a comunicare muore di fame”

  3. Intanto buon giorno a tutti e complimenti per il blog.

    Comincerei facendo una distinzione che secondo me è fondamentale: flessibilità e precariato non sono la stessa cosa, anzi!

    Si può definire flessibilità quando una persona, giovane o vecchia che sia, anziché avere un lavoro fisso, lungo una vita, praticamente dalla laurea o poco dopo fino all’età della pensione, cambia una serie di lavori, di funzioni, di aziende… La flessibilità, anche quella più serrata che può prevedere cambi anche frequenti, non è una cosa “brutta”, avvicina il lavoratore al libero professionista, all’imprenditore, consente di conoscere sempre nuovi aspetti della professione, di migliorare, di confrontarsi sempre con realtà diverse. Però… dato 100 il valore dello “stipendio” che riceverei come lavoratore a tempo indeterminato in una certa funzione, ciò che mi deve essere proposto se si tratta di un incarico a termine (o a progetto, chiamatelo un po’ come volete) deve essere, non so, 120, o 130 o 150. In questo modo sarò anche minimamente tutelato per eventuali periodi “morti” che possono verificarsi tra un incarico e l’altro.

    Quando dato 100 il valore dello stipendio da tempo indeterminato, mi viene invece proposto di lavorare a progetto sempre per 100, o magari per 90, ecco che posso cominciare a chiamare la situazione “precariato”, e le cose non sono più affascinanti come per quanto riguarda la “flessibilità”!

    Personalmente credo che entrare in un’azienda a 30 anni e uscirne a 65 per la pensione sia un concetto aberrante: tanto varrebbe cercare lavoro come portinai o qualcosa del genere senza sprecare tanto tempo all’università. Poteva avere un senso un bel po’ di anni fa (forse), ma adesso è una situazione che non augurerei al mio peggior nemico.

    Cambiare, spostarsi, muoversi… è una cosa fantastica che garantisce una crescita professionale difficilmente riscontrabile nel posto fisso “vecchia maniera”. A condizione però di essere lavoratori “flessibili” e non “precari”.

    Mi capitò un po’ di tempo fa di fare un colloquio con un’agenzia a Roma. Dopo un bel po’ di discorsi, il dirigente dell’agenzia notò che non ero residente a Roma e stupito, anzi, direi incredulo, mi chiese “Ma lei si trasferirebbe a Roma? Ma veramente? Cioè, mi faccia capire, lei prende, cerca casa, viene a vivere qui? Davvero?”. Evidentemente lo stipendio che mi avrebbero offerto era più da precario che da lavoratore flessibile. Negli States c’è gente che rimbalza da una costa all’altra per cambiare lavoro, e le aziende non si stupiscono certo di questi trasferimenti, anzi, mettono i lavoratori in grado di affrontarli, garantendo loro agevolazioni, i cosidetti “relocation packages”. Questa è flessibilità, ed è una cosa fantastica!

  4. Pingback: I Giovani incontrano i professionisti « UNI>FERPI

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