Perché studiare Relazioni Pubbliche?

Per una mia banale e imperdonabile leggerezza nel moderare alcuni dei commenti al post che si erano accumulati e per metterli correttamente in fila, riesco con un vero colpo di…genio a cancellarli tutti!

Sembra che qualche forza oscura aleggi su questa vicenda.
Qualche istante prima di ultimare il post sono riuscito grazie ad un mio vero colpo di.. genio a cancellare il tutto, proprio come è successo a Toni Muzi Falconi.
Non demordo.
Ricomincio a scrivere e per arrivare subito al dunque eccovi alcune righe dell’articolo apparso su Princeton Review la settimana scorsa:

Though some colleges offer a degree in public relations, most industry professionals agree it’s unnecessary. Since public relations requires familiarity with a wide variety of topics, a broad education is the best preparation. Any major that teaches you how to read and write intelligently will lay good foundation for a career in public relations. Or, as one PR person put it “if you can write a thesis on Dante, you should be able to write a press release.” Internships are a common way to get some practical experience and break into the field.

Potete immaginare il buzz che si è creato attorno a quello scempio: odwyerpr, PRconversations da cui sono venuto a conoscenza del tutto, Ferpi news

Ora partiamo da questo presupposto: è vero! In Italia la nostra futura professione non è riconosciuta e di fatto qualsiasi persona può intraprendere il ruolo di PR.
Personalmente leggendo quell’articolo sono rimasto di sasso e mi sono domandato: ma allora che ci sto a fare qui chino sulla scrivania a studiare?!
Siamo forse masochisti?

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16 commenti su “Perché studiare Relazioni Pubbliche?

  1. Vogliamo essere onesti? in 5 anni di RP nessuno mi ha mai fatto scrivere un comunicato stampa. E di corsi con una prova “pratica” ne ho avuti un paio.
    Si dovrebbe studiare seguendo i propri interessi: che poi persone laureate in Scienze della Comunicazione, Relazioni Pubbliche, Comunicazione Aziendale, etc. possano concorrere per lo stesso tipo di lavoro, beh, ne sono convinta anche io.
    Finchè in Italia non ci sarà un riconoscimento della professione, sarà tutto un po’ così, almeno per quel che riguarda l’ingresso al mondo del lavoro.
    Studi quello che ti piace di più e poi vai e impara.
    Per non parlare di: che differenza c’è tra un laureato triennale o quinquennale in comunicazione, ora come ora? Ma questo è un’altro discorso.

  2. vogliamo essere onesti: l’università è stato sempre un luogo dove non si impara l’arte (a parte certe facoltà più pratiche). Chiedete pure a un ingegnere meccanico se ha mai assistito a una colata di laminatoio o a uno civile se ha mai provato a fare un ponte o a un chirurgo se ha mai affettato un paziente prima della laurea.

    E’ chiaro che non si impara all’università a scrivere un comunicato stampa! Per quello devi metterti sotto e impararlo sul campo, facendo un tirocinio, lavorando in un giornale (per vedere come funziona dall’altra parte della barricata), ecc. Bene, avendo capito questo ecco perché l’associazionismo può correre in nostro aiuto diventando una buona palestra per la pratica.

    Ma teoria senza pratica è del tutto senza senso!

    Altro paio di maniche è il riconoscimento professionale… giu, apri la strada per una discussione pressoché infinita! Per me se la FERPI fosse riconosciuta in Italia come lo è il CIPR nel Regno Unito, sarebbe molto meglio. Ma non mi sbilancio oltre…

    Per Giulia2 – Stai studiando perché hai scelto questa strada e perché (mi auguro) tu abbia idea di quello che potresti andare a fare. It’s up to you!

  3. @ giulia: cara omonima, in teoria uno studia per passione nei confronti della materia e dello studio in sè, e poi con il tempo uno si forma, e forma la propria testa.
    A mio avviso, gli unici percorsi universitari con un lavoro ben definito sono solo medicina, veterinaria, odontoiatria e forse forse ingegneria.
    Tutto il resto è una nebulosa da cui forse si esce mano a mano in cui si acquista coscienza delle proprie ambizioni (in senso buono) nell’ambito comunicazione

  4. citando Invernizzi vi dico:
    essere studenti non significa essere persone in cerca di occupazione ma professionisti in fase di formazione.

    Mettiamola così dai! L’ottimismo è il profumo della vita! 😀

  5. Forse è il caso di chiedersi “che cosa voglio fare davvero”, anche se in realtà uno dovrebbe prima chiedersi prima “che cosa voglio essere” in primo luogo (oggi sono mi sono alzato con il piede filosofico).

    Studenti sì e anche about-to-be-professionals mi sembra una buona definizione 😀

    Per quanto riguarda le differenze tra specialistica e laurea triennale… beh, ci sono 2 anni di differenza in cui uno approfondisce certi argomenti, si specializza, diventa più padrone di certi aspetti della materia.

    C’è differenza tra vecchio e nuovo ordinamento, ma questo è abbastanza scontato. Non mi sembra neanche il caso di parlarne per non rivangare vecchie polemiche. Ormai la riforma è questa qua e ce la teniamo.

  6. “che cosa voglio essere”, “che cosa voglio fare davvero”.
    Domande che mi pongo almeno una volta al giorno.
    Sono d’accordo con Giulia nell’identificare le RP come una nebulosa che con lo studio si cerca di identificare.

    Questo ci porta ad essere sicuramente più preparati di un generale “writing/reading oriented” non vi pare?

    Qualsiasi sia il settore le basi di come si crea un buon comunicato stampa, etica da adottare o ancora più in generale di come si costruiscono e si mantengono relazioni stabili, oneste e sincere.. le acquisiamo con lo studio e sono convinto che questo sia il valore aggiunto.

    Inizialmente in fase post uni sarà una sorta di “try again!” continuo però le colonne portanti su cui costruire il nostro futuro sono presenti.

  7. Mi chiamo Stefano e lavoro per la Running, società che fa parte della Galassia Reti, e che si occupa di organizzare Corsi di formazione in tematiche relative alla comunicazione politica. In particolar modo organizziamo un Corso in “Comunicazione e Gestione delle Relazioni Istituzionali” che ha sempre ottenuto ottimi risultati. I motivi del successo, oltre che per la valenza dei docenti che ogni volta intervengono in aula, dipendono dal fatto che molti ragazzi sono attratti dal mondo delle pubbliche relazioni ed in particolar modo dal mondo delle relazioni istituzionali. Offrire le basi per intraprendere una professione che diverrà sempre più centrale nel panorama politico italiano, fanno si che le relazioni pubbliche ma soprattutto quelle istituzionali saranno materia di studio per molti ragazzi che hanno nella politica e nella comunicazione il loro punto di forza.

  8. Fece scalpore, qualche tempo fa, la lettera di quel noto direttore, di quella nota testata (ma potrei sbagliarmi) che punto il dito contro i corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione e la maggior parte dei suoi studenti. Sotto accusa era sia, lo stato dell’arte attuale dei corsi sia, la preparazione degli studenti di suddetti corsi.
    In merito al primo punto credo fermamente che il problema vi sia e sia anche ampiamente diffuso:
    1) proliferazione dei corsi universitari ad indirizzo comunicazionale
    2) proliferazione (qui entriamo nella giungla) di master, pseudo corsi miracolosi come l’acqua di Lourdes, specializzazioni etc etc.
    3) corsi prettamente teorici a discapito della pratica professionale
    Su quest’ultimo mi permetto di dissentire da Marcobardus. Non è vero che non si possano apprendere le tecniche compositive di un comunicato stampa all’interno di un percorso accademico; anzi tal discorso, la pratica professionale, è la cosa che più ci lega ad altri colleghi dai quali ci differenziamo per ambito di lavoro (medici, ingegneri etc etc).
    Se poi ci soffermiamo ad analizzare il versante “studentesco”, apriamo un “mare magnum” che credo noi tutti consociamo bene, come studentei in corso ed ex studenti.
    Queste sono solo alcune considerazioni, le maggiori, che in questi anni ho tratto dalle mie esperienze accademiche e lavorative.
    Credo che dovremmo tornare al rigore scientifico, alla specializzazione “vera” e selettiva, ad uno spirtio di “categoria professionale” che ci distingua dalle altre professioni. Ma queste sono solo parole.
    Il cambiamento si innesca dal di dentro. Solo così si può modificare l’assetto esteriore.
    Saluti
    Joe

  9. che bello vedere delle discussioni così accese sul ‘chi siamo’.

    non sono certo uno studente, ma sono passato dall’essere studente di relazioni pubbliche a professionista (forse la parola è un po’ forte per me) di relazioni pubbliche.

    io credo che per imparare ci sia sempre tempo. un comunicato stampa (che comunque non è la cosa fondamentale del nostro lavoro, anzi, forse la più marginale e la meno curata) è qualcosa che ognuno scrive in modo diverso. certo ci sono dei key points ma tutto dipende dalla capacità di scrittura di ciascuno di noi (e vi assicuro che a seconda di chi sta sopra di voi i comunicati stampa cambiano completamente).

    quello che uno studente deve fare è essere curioso. dedicarsi con passione a quello che si sta studiando e alla comunicazione. e sapersi/volersi mettere in discussione.

    troppi corsi di laurea? sicuramente. ma forse la colpa è anche di noi giovani che vogliamo sicuramente fare delle professioni solo perchè ‘fighe’ e alla moda? un percorso formativo si crea perchè c’è la domanda. quindi perchè partire da un ‘cosa si vorrebbe fare’ invece che da un ‘cosa voglio imparare a fare’.

    l’università, nella mia modesta concezione, è apprendere le basi che poi si solidificheranno solo con la pratica. basi quali l’etica, la teoria di base, un’infarinatura sulle basi della professione.

    .. e poi di professori che vi correggeranno ne avrete per tutta la vostra vita professionale.

    il discorso 3+2? è un discorso complesso. sicuramente da rivedere (al meglio).

    continuate così!
    fv

    ps. un ultimo commento su stefano di running: forse sarebbe stato più utile che raccontassi la tua esperienza di comunicatore che sicuramente avrebbe potuto aiutare questi amici. tutto qua.

  10. Grazie Fabio di aver portato la tua esperienza. Siamo qui per cercare questo, in fondo!
    Come dici giustamente, a mio avviso, l’università dà un’infarinatura di base, non è affatto inutile quello che si fa o tempo sprecato quello che si investe sui libri. Poi bisogna sporcarsi le mani (per usare una metafora abusata, ma efficace) e mettersi in discussione.
    Lì sta la differenza. Non c’è 3+2 o 3×2 che tengano! 🙂

  11. Salve a tutti.

    Colgo la palla al balzo per girare di nuovo il coltello nella piaga… E’ davvero necessaria questa laurea specialistica? Basta un buon master? O addirittura trovata una buona collocazione è meglio concentrarsi sulla carriera?

    Tutte queste domande me le faccio ogni santo giorno quando prendo un libro dell’università in mano, e mi chiedo se abbia grande utilità continuare a farlo per altri due anni aggiuntivi…

    E me lo chiedo proprio perchè studio Relazioni Pubbliche. Se studiassi Ingegneria continuerei con la specialistica senza dubbio. Ma più vado avanti più mi pare che nel nostro settore l’esperienza conti più del titolo.

    Cerco menti illuminate che sbroglino la matassa…

  12. ciao Riccardo,

    capisco perfettamente la tua perplessità perché l’ho vissuta appena laureato junior, insomma dopo i primi 3 anni. Allora mi sentivo ancora incompleto e pensai fosse preferibile raggiungere il traguardo ufficiale (c’era ancora il problema del riconoscimento del titolo di dottore per la laurea triennale), ma con un presupposto: non solo università. Di conseguenza ho cercato di fare altro e di mettermi a lavorare piuttosto che solo studiare.

    Ora sono a qualche mese dalla laurea specialistica, ma sono al 2° fuori corso. Sinceramente non mi pento di quello che ho fatto in questo periodo, in cui ho lavorato e studiato con fasi alterne (ammiro davvero chi riesce a lavorare e studiare allo stesso tempo – e avere anche buoni risultati).

    In questo periodo la FERPI mi ha dato anche molto in termini di conoscenze e competenze apprese “sul campo” e attraverso il confronto ai corsi, agli incontri informali, alle cene coi soci.

    L’esperienza conta, ma la teoria serve. Te ne accorgerai quando avrai finito! 😀

  13. Anch’io navigando su internet cercando un po’ di info sulle relazioni pubbliche sono incappata in quell’articolo di Princeton e anche a me come a Giulia è venuta spontanea la domanda: ma allora perchè sto studiando? Avrei potuto scegliere un altro corso di laurea, ad esempio quello di lingue come pensavo di fare in un primo momento…
    Ricordo ancora i miei primi giorni da matricola a Gorizia, quando pensavo che ero a un passo dal buttarmi nella mischia delle relazioni pubbliche, che avrei trovati altri compagni di viaggio pronti a crescere intellettualmente…
    Certo preferirei essere un po’ più in mezzo all’ azione, che a bordo campo ascoltando la teoria, ma penso che sia necessario avere delle basi teoriche riguardo quella che sarà la nostra professione, per poter dare un valido contributo.
    Tra una settimana ricominciano le lezioni, ricomincia la sfida di riuscire a rendere “giustizia” alle relazioni pubbliche, una professione ancora (purtroppo) poco conosciuta.

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