Steve Jobs, la sua Mela e la responsabilità ambientale

//www.greenpeace.org/international/

(immagine tratta da http://www.greenpeace.org/international)
Non fatevi ingannare dal titolo, in questo post non si parlerà del nuovissimo gioiellino dell’azienda di Cupertino, che tanto ha fatto parlare di sé negli ultimi mesi, ma del fatto che gli apparecchi elettronici non fanno poi così bene all’ambiente, quando vengono “riciclati”. Che le monnezze siano un problema planetario e non solo dell’area campana già si sapeva e per ridurre il problema – o tentare di arginarlo – è necessario, a mio avviso, lo sforzo di tutti. Non solo delle aziende che “producono”. Anche noi singoli individui dovremmo essere più responsabili nel produrre meno rifiuti.Certo è che se anche le aziende fossero più orientate al rispetto dell’ambiente, sarebbe meglio, vero? Greenpeace ha stilato una lista e ha pubblicato una guida (scaricabile da qui) che tratta delle aziende “più verdi”, ma come si vede dall’ultimo aggiornamento del report, Apple non è ai primi posti. I suoi prodotti non sono giudicati rispettosi dell’ambiente.

Visti questi problemi, Greenpeace, nei mesi scorsi, facendosi anche portavoce di migliaia di clienti, ha invitato Apple a impegnarsi per il rispetto dell’ambiente e il buon Steve Jobs (in una dichiarazione del 2 maggio scorso) ha risposto annunciando un cambiamento di politica aziendale.

Mi ha colpito questo passaggio e ne ho sottolineato le parti per me salienti:

It is generally not Apple’s policy to trumpet our plans for the future; we tend to talk about the things we have just accomplished. Unfortunately this policy has left our customers, shareholders, employees and the industry in the dark about Apple’s desires and plans to become greener. Our stakeholders deserve and expect more from us, and they’re right to do so. They want us to be a leader in this area, just as we are in the other areas of our business. So today we’re changing our policy.

Now I’d like to tell you what we are doing to remove toxic chemicals from our new products, and to more aggressively recycle our old products.

Lasciando per un attimo da parte alcune domande spontanee (per es. “serve che te lo dicano gli stakeholder che le componenti chimiche tossiche sono da rimuovere dai prodotti?”), Steve Jobs ha evidenziato un problema non da poco: il fatto che i clienti, i dipendenti e gli azionisti sono siano stati lasciati all’oscuro dei piani di “rinverdimento” dell’azienda. Un problema di comunicazione o non solo?

Verrebbe da chiedersi quale sia la responsabilità sociale (in particolare quella ambientale) di un’azienda come Apple che si impegna anche in altri ambiti della CSR (qui in quella verso i fornitori). Tant’è che dalla pagina principale del sito ufficiale non ci sono link diretti a quelle relative alla responsabilità sociale e bisogna frugare all’interno delle hot news per scovare l’immagine che ci riporta alla parte relativa all’ambiente.

C’è il rischio, paventato da diversi blogger, da siti istituzionali e non, e da tanti esperti di comunicazione, che diventi solo un’operazione di facciata (fonte: farfallaspietata segnalato da Nicola Mattina).

E, visto come stanno le cose in questo mondo inquinato, forse quello di Apple non è solo l’unico caso

Per restare in tema di Apple ma smorzare i toni del discorso, di seguito una divertente parodia tratta da Glumbert.com sul nuovissimo prodotto della Mela.

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6 commenti su “Steve Jobs, la sua Mela e la responsabilità ambientale

  1. Ho preso qualche momento di pausa prima di rispondere al post di Marco. Beh, l’argomento è a dir poco attuale e interessante. Forse un commento non permetterebbe di toccare tutti i possibili punti di discussione, in ogni caso da qualche parte si dovrà pur cominciare..

    Il rischio che la CSR diventi uno strumento ed un’operazione di facciata in realtà è tangibile e reale. A mio parere non è sufficiente che le imprese adottino delle accortezze, ma è necessario che la mentalità evolva.
    La CSR è di fatto un “modello di corporate governance allargato”( Invernizzi, 2006). L’impresa non dovrebbe considerare esclusivamente i profitti e il rispetto delle normative ma dovrebbe “riflettere” ponendo maggiore attenzione anche ai cosiddetti aspetti etico-sociali. Conoscenze sempre più approfondite e capacità di operare delle scelte tenendo in considerazione le aspettative e le esigenze di tutti gli stakeholder: queste le qualità che, secondo la letteratura di settore, un manager dovrebbe avere. La CSR? Un nuovo modello di gestione dell’impresa.

    Qualsiasi tipo di impresa ha delle responsabilità e di questo credo vi sia sempre più consapevolezza tra gli esperti di settore e non.
    A questo riguardo mi vengono in mente alcune reminescenze universitarie e in particolare mi riferisco alla “piramide delle responsabilità” di Carrol, un modello che permette di definire la varie sfumature del concetto di responsabilità. Mi spiego meglio, Carrol individua i diversi livelli di responsabilità che il management di ogni impresa è chiamato ad osservare e li pone su una piramide attribuendo a ciascun livello un valore crescente e definendo così una gerarchia. Esistono delle responsabilità attribuite ad un’impresa che secondo la società rappresentano dei doveri di base e che occupano la parte inferiore della nostra piramide: responsabilità economica e legale.
    Proseguendo verso l’alto incontriamo la responsabilità etica: la società si aspetta che le imprese adottino dei comportamenti in linea con i valori socialmente riconosciuti. Infine raggiungiamo il vertice della nostra piramide: è auspicabile per la società che tali comportamenti etici si traducano in un concreto impegno filantropico.
    Nessuna attività o comportamento che rientra nel livello superiore (ad esempio, filantropico) può essere realizzata se prima non vengono attuate quelle attività che rientrano nei livelli inferiori della piramide. Se ciò non avviene in realtà qualsiasi comportamento etico o filantropico verrà valutato con valenza negativa: attività di tipo opportunistico (leggi: operazione di facciata), strumento di manipolazione nei confronti degli stakeholder. Ecco perchè si parla di CSR come modello di gestione dell’impresa.

    Non mi permetto di dire che quanto attuato da Apple rientri in quest’ultima considerazione, non ho l’esperienza nè la capacità critica per poterlo fare. Però mi piace ragionare con qualche strumento messo da parte nel corso di questi tre anni di studio..

    Ad ogni modo l’attenzione verso questo tema sta crescendo di anno in anno. E questo è un dato confortante. Il fatto che noi studenti ne parliamo è di buon auspicio visto che, nel bene e nel male, noi rappresentiamo il futuro della professione. Anche i professionisti di oggi si rendono conto che l’etica può esercitare una certa influenza e rilevanza sulle molteplici dimensioni dell’agire di ogni organizzazione.
    Si spera in ogni caso che la responsabilità sociale non sia oggetto di attenzione esclusivamente da parte delle organizzazioni, vuoi enti pubblici o privati, ma priorità della vita di ognuno.Che dire di più..Proseguiamo la strada intrapresa e continuamo a parlarne..

  2. Dice bene Grazia quando parla di responsabilità sociale che non dovrebbe essere “oggetto di attenzione esclusivamente da parte delle organizzazioni, vuoi enti pubblici o privati, ma priorità della vita di ognuno”.

    E’ proprio qui il problema. Nel caso della Apple o dei produttori di apparecchi elettronici, è difficile trovare fornitori in grado di rispettare gli standard RoHS (Direttiva 2002/95/EC) per la produzione di certe sostanze pericolose.

    Le direttive danno una indicazione, ma sta a tutto il sistema pensare “più verde”. La catena di produzione, la filiera e i consumatori.

    Non mi posso reputare un esperto in CSR, ma per quanto riguarda l’ambiente ci stiamo accorgendo tutti che i problemi ci sono – e sono gravi – quindi penso sia importante non solo parlare di certi temi, ma anche fare e comportarsi in modo più responsabile.
    Se non altro per lasciare ai nostri posteri un pianeta su cui vivere.

  3. Il CSR a mio avviso non rischia di diventare uno strumento di profitti e di facciata ma E’ uno strumento di profitti e di facciata!
    Fino ad ora, almeno personalmente, non sono venuto ancora a conoscenza di aziende che hanno tra le proprie teste dirigenziali sociologi o soci WWF/Greenpeace che prendano seriamente a cuore l’argomento.. Spero solo di essere ignorante e quindi chiedo che mi venga data un pò di speranza da voi.
    Tuttavia al momento attuale sono molto pessimista e frasi del tipo “..bisogna comportarsi in modo più responsabile partendo dal proprio piccolo” le trovo campate in aria come per qualsiasi problema a livello globale.
    Della serie “non bisogna fare la guerra”, “bisogna aiutare il prossimo”.. tutte frasi di circostanza.
    La verità questa volta non sta nel mezzo e le uniche parole che sento suonar bene sono “tra il dire il fare c’è di mezzo un mare”

    Peace & Love

  4. Pingback: “Dal Dire al Fare” c’è di mezzo… « UNI>FERPI

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