“INTERmediando”: alla ricerca di una “nuova professionalità” per la comunicazione. Una sfida possibile?

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Una settimana. Un corso di formazione sulla comunicazione. 60 ragazzi da tutto il mondo.

Come si può trattare un argomento tanto vasto in un’unica settimana, dovendo approfondire tematiche così diverse tra loro? Sì, è possibile, se si affronta la materia partendo da un unico punto di vista, applicabile alle varie e diverse realtà: concepire la comunicazione, in tutte le sue forme, quale promotrice di valori come cooperazione, condivisione, reciprocità, unità. Parole forti, che hanno caratterizzato gli interventi dei docenti e dei professionisti, tutti di alto livello.

E’ questo lo sfondo che ha caratterizzato il corso di formazione “INTERmediando”, a Roma dal 18 al 23 giugno, a cui hanno partecipato 60 ragazzi da tutto il mondo.
Il corso è stato organizzato da NetOne, una rete internazionale di professionisti, studenti e operatori dei media, nata in Italia nel giugno 2000, dopo il congresso promosso da New Humanity. NetOne opera per una comunicazione mediatica che susciti fraternità e per far sì che la globalizzazione non soffochi i popoli, ma si trasformi in una opportunità di comunione mondiale tra le civiltà e le culture, arricchente, stimolante, innovativa, propositiva. NetOne è uno spazio di dialogo aperto dove condividere esperienze professionali, approfondimenti culturali, progetti, percorsi formativi (www.net-one.org).

I presenti erano studenti o giovani lavoratori provenienti dall’ambito dell’ICT, della comunicazione d’impresa e pubblica, del marketing, aspiranti giornalisti, amanti, studiosi e veri professionisti del mondo del cinema. Il corso si articolato in due diverse modalità: ogni area professionale ha avuto i propri docenti e approfondimenti, attinenti alle aree di interesse, mentre altri momenti sono stati presentati in sessione plenaria .

Si è parlato molto di media: media che non dicono la verità, che non sono sinceri; media che chiudono i canali dei rapporti personali attraverso la sovraesposizione o che creano nuovi modi di socializzazione come second life, diminuendo così la felicità che deriva dallo stare insieme (è stato ampiamente spiegato il paradosso della felicità: all’aumentare del benessere di una popolazione, il PIL, decresce il grado di felicità, che diventa anch’essa un bene di consumo; vedi L.Bruni, La ferita dell’Altro: economia e reciprocità, Il Margine, 2007); media che non rispettano l’Altro, ma lo etichettano, che veicolano l’odio; media senza etica (dove sono finiti i codici deontologici? sono solo un corso facoltativo all’università?), dove vige il libero arbitrio ma non la libertà personale, la responsabilità comune e personale nei confronti della società; media senza unità, ma promotori di regionalismi e particolarismi; media senza pace, che presentano la guerra come un insieme di cifre, anziché presentarne le cause e le conseguenze; media in cui regna il relativismo, in cui il sapere è sparpagliato: perché “per sapere bisogna pensare e per pensare occorre far silenzio, ascoltare” (tratto dal discorso di apertura di M. Zanzucchi, giornalista e docente di giornalismo presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma).

Ma i media non sono solo questo. Mettono in luce il bisogno di verità (basti pensare a wiki), il bisogno di dare informazioni che rispecchiano la verità, come il sito misna.org (presentato dal fondatore, il carismatico padre Giulio Albanese); attraverso i new media le distanze sono accorciate e il mondo ha l’opportunità di conoscere l’Altro, di aprirsi alla diversità; la comunicazione è sempre più globale e si cercano forme condivise per la governance di internet, attraverso l’Internet Governance Forum (svoltosi a Tunisi nel 2005 e ad Atene nel 2006) in cui si parla di multilateralità, partecipazione di tutti gli stakeholder, democrazia e trasparenza sul controllo di Internet.

Le sessioni riguardanti la comunicazione d’impresa, pubblica e il marketing, così come le altre, si sono avvalse soprattutto di esperienze, esempi di una comunicazione messa in atto secondo i valori promossi da NetOne. I temi trattati da docenti e professionisti sono stati vari: la comunicazione integrata, il CRM (Customer Relationship Management), lezioni sul consumo e sul consumatore tenute da sociologi. In ogni intervento è stata posta l’attenzione sull’importanza del cliente, della relazione trasparente e di fiducia che si crea tra l’agenzia e il cliente, o tra il professionista della comunicazione e il giornalista (anche il relatore pubblico, nel momento in cui emette un comunicato stampa, deve essere orientato alla verità, svolgendo in quel momento, il ruolo di fonte); sono emersi anche i valori che sono importanti in un team di comunicatori: gioco di squadra, condivisione, collaborazione, la diversità come ricchezza. E tutto questo è stato supportato da esempi, per dimostrare che è possibile operare in modo etico e che al centro dell’attenzione può esserci l’Altro.

Le sessioni dell’ICT e quella della comunicazione d’impresa sono state spesso accorpate per seguire temi di comune interesse: si è parlato molto del blog con Luisa Carrada (www.mestierediscrivere.com) sugli usi, i costumi e le potenzialità che derivano da questo innovativo strumento per l’impresa; dell’importanza dei siti web aziendali e le nuove modalità per andare contro a siti autoreferenziali, dove l’impresa si auto esalta ma in cui è poco utile al cliente o consumatore; è stato presentato il ruolo innovativo della case history come strumento di comunicazione sul sito web aziendale: tutto orientato, quindi, a creare un rapporto di trasparenza col cliente e col consumatore, che ha modo di vedere concretamente le strategie dell’azienda e i frutti che ne derivano; i new media a servizio delle PA per realizzare concetti quali e-democracy e e-partecipation, andando realmente incontro ai bisogni di comunicazione, e non solo, del cittadino; l’impegno dell’ITU (International Telecommunication Union, organo dell’ONU) per l’estinzione del digital divide.

Gli stimoli sono molti e positivi, tutti supportati da best practices: un modo per fare sperare noi giovani, che un mondo “nuovo” di operare è possibile.

Sono questi alcuni degli argomenti di cui si è parlato nella calda settimana romana. Argomenti che hanno coinvolto i partecipanti, rendendoli consapevoli che sono ancora molte le cose da fare, ma che da qualsiasi parte del mondo, anche se nel proprio piccolo, si può dare il proprio contributo per far sì che un mondo più unito diventi realtà,  e che trasparenza, fiducia, attenzione al cliente (inteso come persona e non come mezzo per realizzare un profitto) non siano solo slogan ma prassi.

“Non sarà facile”, è l’espressione più usata durante i commenti alla fine della scuola; ma dalla determinazione che anima i gruppi di lavoro, intorno ad un caffè, camminando nel cortile, si intuisce che quello che è stato sperimentato durante la settimana “romana” non è come una Second Life, un’esperienza distaccata dal reale: è un trampolino di lancio per una nuova metodologia di lavoro che attraversa i vari campi della Comunicazione e che è destinata a dilagare.

Allora… che ne pensate? Io raccolgo la sfida. Sono tanti gli stimoli, ma penso che prima o poi si possa, anzi si debba,  cominciare. Penso anche che le cellule Uni>Ferpi possano già sperimentare un clima di questo tipo (che non mi pare molto lontano da quello presentato anche dalla Ferpi), come laboratori per realizzare nuove prassi. Siamo o no i comunicatori del domani? Bisogna essere pronti per affrontare il mondo da protagonisti!

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9 commenti su ““INTERmediando”: alla ricerca di una “nuova professionalità” per la comunicazione. Una sfida possibile?

  1. Lisa intanto mi rodo dentro per non aver partecipato ad un evento simile!!!
    Prenotato il prossimo anno!
    In primo luogo ti chiedo un chiarimento: come hai detto tu “ll corso è stato organizzato da NetOne, una rete internazionale di professionisti, studenti e operatori dei media” tuttavia mi sembra che il ruolo del media sia stato più che altro criticato, mi sbaglio?
    Quindi si trattava di critiche al media italiano o internazionale?
    Ti spiego il perchè dei miei dubbi: da quel poco che so (e non solo dopo aver visto il film di Woody Allen “Scoop” :)) il ruolo del giornalista all’estero è ben diverso dal nostro senz’etica e altamente influenzabile (scateno una guerra con queste affermazioni?).
    Specie negli States e in UK, da quel che ho studiato, si sentono portatori di verità e di responsabilità comuni.
    Baluardi di un ruolo attivo nei confronti della società e per la società.
    Mi chiedo allora: devo ridare l’esame di uk e usa perchè son tutte frottole o è emerso qualcosa di simile al mio stereotipo? 😀

  2. Secondo me il problema del giornalismo in Italia è che si è fatto schiavo dei poteri (più o meno forti). Chiediamoci quali giornali siano davvero indipendenti – e non solo nel nome della testata, quali facciano inchieste e quali non abbiano paura di scovare il marcio che si cela sotto comportamenti poco ortodossi della politica o dei gruppi dirigenti – tanto per usare un eufemismo.

    Non è polemica la mia, anche se il tono lo può ricordare, ma una presa di coscienza. Per parlare di libertà di stampa e di espressione, malgrado la nostra Costituzione le consideri fondamenti dello Stato, non si può stare certo in Italia!
    Luca non devi ridare l’esame di inglese, non ti preoccupare, hai visto bene.

    Ma non c’è solo l’aspetto contenutistico che differenzia il giornalismo italiano. Un altro problema è l’Ordine dei giornalisti, non per l’incapacità nel garantire la professionalità e l’eticità dei membri, quanto per il semplice fatto che ancora esistano delle “corporazioni” (circa 80 anni fa così si chiamavano, in ricordo di quelle dell’epoca dei Comuni) che tutelano degli interessi di pochi. Se sei dentro allora puoi esercitare la professione. Se sei fuori no.

    Se non sbaglio in USA e in altri stati non bisogna sostenere le 12 fatiche di Ercole per diventare giornalisti, ma si fa un percorso di teoria e pratica. Si studia giornalismo, si apprendono tecniche e si impara a usare i mezzi e poi si fa il praticantato. Fatta. Mica devi fare domanda di ammissione all’ordine, accedere al registro dei praticanti o dei pubblicisti per praticare la professione! E per fare il professionista?

    Correggetemi se sbaglio!

  3. Sinceramente non pensavo che l’iter fosse cosi complicato.
    Però è sicuramente per questo motivo che i giornalisti si definiscono comunicatori: non possono che fare un attento lavoro di RP per entrare nell’ordine e quindi nelle credenziali di qualche pezzo grosso che gli dia accesso alla professione 😀

    Per fortuna non devo rifare l’esame.
    Mi stavo preoccupando.

  4. attenzione attenzione: i giornalisti NON sono comunicatori! il loro ruolo è – o per lo meno dovrebbe essere – quello di fare informazione e farsi portavoce del diritto di informare e di essere informati (tutela costituzionale e legislativa). Chi fa comunicazione è qualcun altro.

    Però è vero che ci sono molti giornalisti che si spacciano per comunicatori, quando ormai viviamo in un’epoca in cui sono tutti comunicatori… Ma manca chi comunica BENE!
    E dove sta la comunicazione di qualità? Dove si insegna la buona comunicazione, dove si studia e dove si approfondisce. Si tratta di competenze che non si inventano, ma si affinano continuamente.

    L’associazione professionale può garantire questo, così come le università dove si insegnano Scienze della comunicazione e Relazioni pubbliche (con un approccio un po’ diverso, quest’ultime).

    Come mai non siamo tutti “ingegneri” o “medici chirurghi”? Forse perché è più facile inventarsi una professione che non è ben chiara e per la quale non devi sostenere esami specifici?
    Credo che non stia qua il punto…

  5. Si si è CHIARO!
    Volevo toccare questo tasto delicato che è caro a tutti noi.

    Però potrebbe essere per il fatto che devono passare per un chiaro processo di RP prima di arrivare a essere giornalisti che si identificano come comunicatori, no?

    Certo la mia era una provocazione. 😉

  6. Luca, scusa il ritardo della mia risposta!!! Meglio tardi che mai…
    Mi dispiace aver dato più spazio agli effetti negativi dei media, rispetto a quelli positivi!
    Personalmente penso che uno strumento, il media, non sia buono o cattivo… dipende da come lo si usa. E sicuramente non possiamo dire che gli operatori del settore, almeno in Italia – come ha scritto bene Marco – ne stiano facendo un uso correttissimo, se pensiamo che i media dovrebbero essere al servizio della comunità (anche se a volte mi chiedo cosa voglia davvero questa comunità: possibile che faccia più audience la notizia dell’uscita di prigione dell’ereditiera Paris Hilton che una nuova esplosione di violenza in un Paese in guerra? Poveri giornalisti…).

    In realtà durante le lezioni si è cercato di capire quali possono essere le potenzialità che i media offrono al miglioramento della società, per una umanità coesa che non si barrica dietro ai propri confini e regionalismi, ma cerca una via per la convivenza pacifica, passando per la reciprocità e la cooperazione. [Si starebbe tanto male con qualche guerra in meno? Siamo sicuri che gli interessi economici debbano essere solo egoistici (perchè non ci credo che si fa una guerra per il bene di un popolo: ingenua sì, ma stupida no)? Naturalmente queste sono riflessioni personali]
    Riguardo al mondo dell’informazione, si è voluto mettere in luce l’importanza del giornalista nell’incontro tra le diverse culture, che sono spesso etichettate da erronei pregiudizi e interessi che vanno contro la dignità umana. E’ stato molto importante per i partecipanti sapere che è possibile, ma non facile né scontato, fare un’informazione che tenga conto delle persone, delle loro diversità e complessità. E’ stato importante potersi confrontare con persone che già operano nel settore con quest’ottica. Ma soprattutto è stato importante porsi determinati problemi e criticità, perchè fino a che non cominciamo a fare qualcosa, anche nel piccolo, sarà difficile cambiare il “sistema”. E chi lo potrà fare se non noi giovani??? Basti pensare al sito di misna.org (dico la verità, tutti dovreste prima o poi incontrarne il fondatore, è un’esperienza indimenticabile), nato per far conoscere la verità sul popolo africano ogni giorno. Oggi questo sito è la fonte più attendibile per tutte le più grandi agenzie di stampa nel mondo. Misna nasce da un’idea di un padre comboniano, dopo un’esperienza in CNN, che voleva si sapesse la verità sull’Africa, Paese in cui aveva vissuto e in cui vive ancora oggi. Aveva pochi soldi, giusto per cominciare su internet. Voleva cambiare il modo di fare informazione, perchè lo fosse veramente (spero di essermi espressa nel modo più corretto). E c’è riuscito.

    Quindi: INTERmediando non è stato un corso “demolitore” di tutto ciò che esiste nel mondo della comunicazione e dell’informazione. Anzi!

  7. Nooooooooooooo!
    Come ho potuto perdermi questa settimana!!!! :O

    Gli esami mi avrebbero trattenuta cmq, ma l’anno prossimo è mia!

    Non mi dilungo, anche perchè ad ogni frase del post rispondrei semplicemente “assolutamente d’accordo”, però credo che la risposta alla domanda “una sfida possibile?” sia davvero:”non è facile, ma dobbiamo considerarla assolutamente possibile. Solo se ci crediamo fino in fondo riusciremo a comunicare-contagiare, e quindi a cambiare qualcosa, tanto o poco.”

    Qualcuno di voi ha visto (o letto) THE CONSTANT GARDENER diretto da Fernando Meirelles? Io lo consiglio sempre a tutti, col cuore in mano!
    Lo considero illuminante, per tantissimi motivi, e anche perchè mi ha fatto riflettere sull’uso che dei media si potrebbe/si può fare e su come invece questi vengono usati, nella gran parte dei casi, per creare maschere e false notizie, veri e propri “artefatti”, anzichè racconti di fatti!
    Certo, non esistono LA verità, LA realtà, ma i fatti sì, e a volte bisognerebbe smetterla di nascondere i fatti sotto ai numeri (fantastica la frase “media…che presentano la guerra come un insieme di cifre, anziché presentarne le cause e le conseguenze; media in cui regna il relativismo…”) o alle foto che stordiscono ma lasciano poco spazio all’approfondimento.

    Mi fermo qui, anche perchè tra l’altro sono la prima ad essere tremendamente “ignorante”, e quindi è il caso che continuo ad ascoltare ancora, e torno a fare silenzio…

    Grazie e scusate per lo sfogo!

  8. ciao Lisa! sei brava a scrivere: mi sono rivista molto nell’articolo che hai scritto!
    volevo solo dire una cosina: i media non si usano bene o male. come diceva McLuhan: “la tv è come la lavatrice”. è il nostro atteggiamento che cambierà il mondo, ogni nostro piccolo atteggiamento…
    Buone vacanze a tutti!
    Lucia

  9. Ciao Lucia!
    tu dici.. “i media non si usano bene o male”.
    A riguardo intendi dire che lo strumento media non ha un fine negativo o positivo oppure non vuoi esporti a favore di uno dei due fronti oppure ancora non ho capito niente io?
    Penso l’ultima 😀
    aiutami ad uscire dall’oblio cui mi sono cacciato eheh

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