Giornalisti o relatori pubblici?

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Alcuni vorrebbero entrare nel Sacro Ordine.
Altri invece vorrebbero diventare relatori pubblici, esperti di comunicazione d’impresa, istituzionale, politica ecc. Ma anche addetti stampa o responsabili dell’ufficio stampa o delle relazioni con i media. Quindi lavorare “dall’altra parte della barricata”. Quali differenze e soprattutto quale rapporto si instaura tra queste due facce della (stessa) medaglia?

Se avete curiosità nell’argomento, vi segnalo la ricerca che Toni Muzi Falconi e Chiara Valentini stanno conducendo per FERPI e FNSI per capire qual è il rapporto tra giornalisti e relatori pubblici. Attendo con ansia la fase 8 del programma di ricerca e nel frattempo ho pensato di rispondere al questionario. Fatelo anche voi!

Ma ritorniamo al nostro discorso. Prima di tutto secondo me bisogna distinguere tra chi fa informazione (il giornalista), chi fa informazione e comunicazione (l’addetto stampa), e chi fa informazione-comunicazione e relazione (colui che si occupa delle relazioni con i media e con gli altri portatori di interessi di una organizzazione).

Mi piace collocarmi nell’ultimo livello, quello dei relatori pubblici, che non cercano di instaurare relazioni tendenzialmente simmetriche e a due vie con i diversi pubblici di riferimento. Relazione e non solo “informazione” o “comunicazione a”, ma soprattutto “comunicazione con” (era uno degli aspetti del tema del Secondo World PR Festival, che, per chi lo ricordasse, era “Comunicare la diversità, per la diversità, nella diversità”).

Giornalisti e relatori pubblici necessitano di competenze professionali diverse anche se molto spesso si possono sovrapporre.

Poi c’è l’etica professionale che distingue le categorie di giornalisti e di relatori pubblici. C’è da dire che in Italia non amiamo molto farci etichettare come giornalisti e tanto meno come relatori pubblici. Sarà perché la gente non si fida, perché non tocca con mano quello che facciamo. Siamo ancora i manipolatori occulti che avrebbero in mano i destini della Terra (ma quelli non erano i politici?).

Vabbè, non divaghiamo! Per quanto mi riguarda ho capito la differenza tra l’una e l’altra professione e sono giornalista pubblicista che al momento lavora nell’ufficio stampa di un’organizzazione e che si diletta a scrivere su blog e su siti, facendo molta attenzione a evitare di scrivere di argomenti che riguardano l’organizzazione per cui lavoro.

Forse per alcuni sarò l’ennesimo caso – se ne vedono e sentono parecchi – di “uomo sull’orlo di un conflitto di interessi”, anche perché la legge parla chiaro: chi fa l’addetto stampa dovrebbe interrompere l’attività giornalistica. Tuttavia non mi sento in errore, tant’è che vengo pagato solo per fare il lavoro di addetto stampa e con la mia coscienza ho un buon rapporto.

Devo riconoscere che la scuola del giornale mi è servita molto per imparare a scrivere un benedetto comunicato stampa, per trovare subito “la notizia”, andare subito al dunque e usare uno stile più giornale-friendly. Sì perché quando sei dentro un giornale ti arriva di tutto! Il comunicato stampa con titoli sparati a mille, aggettivi e florilegi sparpagliati a regola d’arte che spesso vengono cestinati per l’eccessiva lunghezza o per gli eccessivi vezzi linguistici – troppo lavoro nel taglia-e-cuci per il redattore!

Secondo me un’esperienza da giornalista fa bene perché permette di avere una maggiore coscienza della nostra professione di relatori pubblici. Le relazioni fanno la differenza e in particolare, il fatto che si tratti di un’attività continuativa di gestione delle relazioni che ci può distinguere da chi fa queste cose solo per scrivere un articolo.

Certo le organizzazioni in cerca di addetti stampa lo fanno spesso guardando ai giornalisti – le loro reti relazionali sono vaste e impressionanti, a volte -, non pensando che non si comprano le relazioni. Non è che se io ti assumo tu mi dài i tuoi contatti. Questi sono frutto di lungo lavoro e soprattutto tempo. Il problema ritorna quando il contratto con quell’addetto stampa scade. E scadono tutti i contatti che di fatto si volatilizzano. Puf! E l’organizzazione deve ricominciare daccapo!

Solo chi comprende che l’attività di relatore pubblico è strategica e proiettata sul lungo periodo (e non sulla mostra del pittore Tal dei Tali, organizzata dall’associazione Chissà chi è in programma il prossimo mese), sceglie di investire nelle relazioni, assumendo chi ha esperienza nella gestione delle relazioni e dei mezzi di comunicazione nella loro totalità.

Ed è qui che arriviamo noi! Si tratta “solo” di farlo capire in giro, non trovate?

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2 commenti su “Giornalisti o relatori pubblici?

  1. Molti sono i compagni di corso che hanno fatto la scelta di testare “l’altra sponda della professione” per capire al meglio come funziona, come poter instaurare relazioni simmetriche a due vie.. mi sembrano soddisfatti e alcuni ormai stanno testando la realtà giornalistica da diversi anni (abbiamo perso dei comunicatori?)anche se non sanno ancora definirsi come RP o giornalisti. Tanto, come dicevi, in Italia suonano male entrambi i ruoli.
    Il prodotto finito di un comunicatore non è palpabile e quindi non siamo di certo ben visti ma di fatto cosa si può fare?
    Più volte mi sono domandato come avrei potuto un domani trovare nuovi clienti (viaggio molto di fantasia) e allora proiettato sulla mia scrivania nel 2030 mi vedo ricco delle relazioni che ho allacciato negli anni col mio piccolo ma ben strutturato portafoglio clienti.. ma questo basta?riporto la frase “come faccio a farlo capire in giro”?
    Si tratta solo di un “word of mouth” o si può fare di più? e come?
    sediamoci ognuno alle proprie scrivanie future; carta e penna. mi piacerebbe sapere quanto vola la vostra fantasia =)

  2. Pingback: Ti conosco da una vita, ma non so che lavoro fai « UNIFERPI

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